Recensioni

Pensata come degna conclusione a seguito della serie di streaming casalinghi fai da te condivisi durante il lockdown, Songs From The Kitchen Disco è una valida scommessa piena di ottimismo che propone i migliori momenti musicali della carriera della modella e performer inglese, come pure una selezione azzeccata di cover. La Bextor è sempre stata un’artista al confine tra mondi: in particolare con quello dell’indie pop e della disco music, e proprio questa caratteristica le ha permesso (insieme a un savoir faire ereditato dalle passerelle e a un’insolita timbrica vocale da contralto) di sapersi smarcare su più livelli evitando così di fossilizzarsi. In più, proprio con le dirette streaming da casa, ha saputo trasmettere ai suoi fan e a chi non la conosceva, un’attitudine easy, che fa della musica un nobile passatempo, sdrammatizzando la professionalità e la maniacalità di certo pop da classifica, puntando sul coinvolgimento emotivo e sulla condivisione.
La presa da mattatrice, cioè l’artista che fa convergere su di sé tutta l’attenzione del pubblico, l’avevamo già vista ai tempi di Murder On the Dancefloor e di recente nel cameo in Get Out on the Dancefloor dei Groove Armada, e viene confermata in tracklist dalla rivisitazione del classico Crying At The Discotheque, nel cui video la vediamo esibirsi col sorriso nei più famosi club londinesi in un vuoto che non risulta deprimente, bensì pieno di aspettative per il futuro. Dopo un periodo di relativo silenzio dedicato alla famiglia, Sophie ha ripreso in mano la carriera musicale tornando l’anno scorso con una rilettura dei suoi brani più famosi in chiave orchestrale (The Song Diaries), qui continua in gran spolvero ad esempio con la rilettura di True Faith New Order, da cui emerge la padronanza all’occorrenza del mood melò. Altra chicca è la chiusa orchestrale riservata allo standard My Favourite Things, in cui ne scopriamo l’attitudine da musical à la Julie Andrews con archi e jazzy uptempo.
I brani più interessanti del repertorio personale sono l’iniziale Groovejet (uscita nel 2000 dalle mani del nostro Spiller e rimescolata per l’occasione con un tocco più fresco e radiofonico), il discopop scintillante di Take Me Home che rimanda a Kylie Minogue, la spuma Novanta di Murder On The Dancefloor con chitarrine uptempo à la Chic, l’inevitabile riferimento a Madonna nelle chitarre in overdrive di Catch You, le cavalcate prog degli Abba in Bittersweet e pure l’indie pop dei Garbage in Today The Sun’s On Us.
Un disco che si lascia andare volentieri per ore, e riesce nel difficile compito di farci cambiare in positivo l’umore. L’album si inserisce in un fruttuoso revival disco tutto al femminile, che negli ultimi lavori di Róisín Murphy e della già citata Minogue trova degni compagni di viaggio. Non può piovere per sempre.
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