Recensioni

Prima o poi sarebbe accaduto. Dopo quattro album di chiara impronta dance-pop e singoli che, nonostante l’abbondanza di ritornelli a presa rapida e la collaborazione con nomi quali Armin Van Buuren e i Freemasons, non le hanno sempre garantito di volare nelle zone più alte delle classifiche, Sophie Ellis-Bextor sorprende tutti (o quasi) e cambia rotta con Wanderlust, un disco cantautorale finalmente in grado presentarla al pubblico come un’artista “credibile”. Un’esigenza che vent’anni fa sentì anche la collega Kylie Minogue – quando si accasò alla deConstruction per due lavori accolti bene dalla critica e meno bene da chi si reca nei negozi – e che di tanto in tanto hanno avvertito anche i veterani Pet Shop Boys (con Behavior, Release ed Elysium), che qui porta a un risultato persino più estremo dei casi citati: a tirare giù dal dancefloor e a uccidere il groove ha pensato un partner in crime come Ed Harcourt, che nella quinta fatica in studio della cantante inglese figura come produttore, arrangiatore e co-autore di tutte le undici canzoni – già questa è una grande novità, se si ricordano le sfilate di ospiti e produttori dei dischi precedenti, da Alex James dei Blur (Move This Mountain) a Gregg Alexander dei New Radicals (Murder On The Dancefloor), da Moby (Is It Any Wonder?) a Calvin Harris (Off & On) passando per Eg White e Fred Schneider dei B 52’s.
Né la svolta né l’incontro sono stati casuali: prima di Read My Lips Mademoiselle EB aveva inciso un disco brit-pop con i Theaudience (con scarsa fortuna) e negli ultimi tempi l’avevamo sorpresa a duettare con i Feeling – il gruppo in cui suona il marito Richard – in Leave Me Out Of It, in più Harcourt aveva già composto per lei Cut Straight To The Heart, finita nell’album Make a Scene. Nel tempo, tra i due artisti è nata una solida amicizia (Ed è padrino di battesimo del terzogenito della cantante, Ray Holiday Jones) ed è maturata l’idea di incidere canzoni tenute insieme da un concept, con una coerenza inedita, senza rinunciare all’eclettismo di fragranze che passano dalle reminiscenze degli storici girl-group del singolo Runaway Daydreamer (saccheggiati volentieri da tutti in passato, in Inghilterra, dalle Spice Girls di Stop! ai Saint Etienne di You’re In A Bad Way) ai suggestivi echi est-europei di Cry To The Beat Of The Band (coro bulgaro incluso). A un primo ascolto superficiale dell’apripista Youngblood si potrebbe pensare che Sophie abbia ascoltato molto Born To Die di Lana Del Rey, eppure la produzione del disco ha un respiro squisitamente europeo, con episodi british che più british non si può come The Deer & The Wolf, accostabile agli ultimi Keane, e Wrong Side Of The Sun, intrisa di malinconia. Non mancano i colpi di scena: la strana ma interessante 13 Little Dolls è un esperimento di fusione dei mondi lontanissimi di Sandie Shaw e dell’Iggy Pop di Lust For Life (non dovrebbe funzionare, e invece…), mentre Love Is A Camera è una favola dark a passo di valzer. La voce di Sophie Ellis-Bextor, con il suo inconfondibile accento, ben si sposa con questo materiale; seduce ancora, sebbene altera e sempre un po’ snob, e non soffre nemmeno quando sconfina nel sussurro, giocando fino in fondo con coscienza la carta dell’espressività.
Tolti due, forse tre passaggi a vuoto, Wanderlust si dimostra un buon disco che spiazzerà i vecchi fan ma che aiuterà l’artista a trovarne di nuovi (e il buon piazzamento nelle charts inglesi a poche settimane dall’uscita sembrerebbe dimostrarlo). Ed Harcourt ha modellato per Sophie dei soundscape che la fanno sentire a proprio agio, lasciando la propria impronta senza rubarle la scena. Non succede così spesso, nel mondo del pop.
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