Recensioni

All’interno della scena psycho rock di San Francisco sono ormai poche le certezze. Una di queste è l’album con cui Sonny Smith ci grazia ogni anno. Dal 2010 non ha fatto mancare la sua presenza, talvolta in maniera più sorprendente, come nel caso del famoso progetto abortito dei 100 album per altrettante 100 fictional band, talaltra in modo più defilato, con dischi personali e sinceri, magari poco appariscenti rispetto a quelli di colleghi e amici come Ty Segall e John Dwyer.
Ogni lavoro testimonia il suo amore per una musica istintiva e ombelicale, tradisce una certa nostalgia per l’epoca aurorale del pop (i fifties, il frat rock, il sunshine pop più naif e il folk rock meno intellettuale) e per un’ottimistica ingenuità che ormai è un ricordo sempre più sbiadito all’interno del panorama musicale. Oggi l’estetica cambia ma non l’ispirazione e la naiveté, che in questo caso si rivolge agli 80s, permettendo a Sonny e ai suoi Sunsets di aggiornare la slackeness e di spalmarla su uno spettro più ampio di sonorità. Il folk rock resta un luogo sicuro dove trovare ristoro e mondare l’anima al termine degli assordanti beats dub di Death Cream Part 2. In generale si percepisce ancora quell’attitudine freewheeling alla Jonathan Richman e una predilezione per il chitarrismo informale dei Velvet Underground, ma il tutto è riconvertito in un’ottica retrofuturista che fa tanto Devo, fra un esperimento space age disco (Modern Age) e un funky che sa un po’ di Studio 54 e un po’ di balera (Moods).
Un disco fatto di giri di basso wave, pieni e profondi, e tastierine vintage appiccicate con lo scotch; di elettronica minimale e proto synth pop dalla grana grossa e strumentalmente lo-fi. Soprattutto è un lavoro divertente e piacevole dalla prima all’ultima traccia, che si compiace del proprio citazionismo, ma non sacrifica mai la godibilità dei brani e la qualità del songwriting.
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