The Replacements. Figli di nessuno

Hi, We’re The ‘Mats

La storia dei Replacements è singolare soprattutto per chi ha una certa età e ne visse, anche solo in parte, la parabola. Non per gli avvenimenti, peraltro tra le ultime “saghe” d’aneddotica rock ad essere annichilimento genuino e non pantomima; né, a dirla tutta, per i dischi lasciatici in eredità e tra questi un’autentica pietra miliare. E’ il come essa si porge a chi la deve raccontare o leggere a conferirle peculiarità. Una vicenda in costante bilico – come del resto la musica che ne deriva – tra redenzione e disfacimento, nulla metropolitano e gloria incipiente, punk e sixties. La faccia all’ingiù nel proprio vomito o lo sguardo fiero a sfidare la vita dipendeva solo e unicamente da loro, pura white trash del Minnesota capace d’entrambe le cose nel giro d’un minuto. Stavano ai confini del sogno americano e lo interpretarono a loro modo, schivandolo mentre s’avvicinava per lasciarci alla fine con un dubbio.

Che nascondessero nella manica un piano preordinato per mandare tutto al diavolo e non dar soddisfazione a nessuno, chiunque fosse. Fans, media, discografici e addirittura sé stessi. Nient’altro che strafottenza e immense canzoni gettate in pasto alla storia e se vi sembra poco, beh, smettete pure di leggere le righe che seguono. E dire che, nonostante l’impegno, erano davvero a un passo dal farcela. Come quei Big Star, il cui leader Alex Chilton è uno degli idoli dichiarati di Paul Westerberg e che a un certo punto incrociò la loro strada, vedendosi addirittura dedicare una canzone. Affinità elettive, scriveva un tale secoli or sono.

Trash and no stars

Minneapolis non deve essere quel gran posto per viverci. Lo testimoniano le band d’impronta rock che da là sono uscite, a cominciare dalle devastazioni protopunk dei Litter fino all’humus altrettanto guasto (birra rancida e svaghi di quart’ordine) che generò, vent’anni, dopo Hüsker Dü, i primi Soul Asylum e la relativa cerchia di comprimari. C’è un filo robusto che lega tutti costoro, pur tra le diverse sfumature, e i Replacements furono parte gloriosa della fragorosa tradizione, secondi solo – e mica sempre – alla ditta Mould/Hart/Norton. Al pari della quale e di decine d’altri nascono sulla spinta dal primo punk albionico: all’inizio, nel 1979, sono niente più d’un trio di genuino però irrimediabile caos messo in piedi dal chitarrista Robert Stinson col fratello dodicenne (!) Tommy al basso e il batterista Chris Mars. Paul Westerberg – fan degli Small Faces dallo spiccato senso melodico – abita a poca distanza dal loro garage nello stesso sobborgo.

Un giorno, con la borsa di dischi usati sottobraccio e il pacco da sei d’ordinanza nella mano libera, passa di lì e si ferma ad ascoltare quel poco che riconosce essere musica. Ci vuole poco perché Bob lo tiri dentro e, vista la mancanza di una voce solista decente, lo piazzi di fronte al microfono. Già che c’è, Paul si prende in groppa anche la sei corde ritmica giusto per mettere almeno un po’ d’ordine, dal momento che l’intuito gli ha suggerito che può combinare qualcosa, e in ogni caso è sempre meglio passare il tempo lì che tappato in casa. Tra Paul e Bob inizia così un’alchimia di scambi e influenze reciproche simile all’interazione tra i giovani Peter Buck e Michael Stipe, o a Brian che osserva il fratello Dennis Wilson diventare grande. Chitarrista raffinato, molto di più di quel che si percepisce al primo ascolto dal quale emerge soprattutto la scrittura del Westerberg, si espone al beat nerboruto di Marriott e Lane che insegnò più d’una cosa ai Sex Pistols ed ecco che il cerchio si chiude.

Ne scaturirà un cocktail micidiale ed esaltante, mescolanza di melodie cristalline e piglio esecutivo sempre meno settantasettino e, viceversa, classicamente “rock”, progressivo trovare un’identità che parve, fino a un dato momento, avere soltanto il cielo come limite. Sono per molti versi dei Geni e per altrettanti marmaglia allo stato puro, costoro, gente che dopo essersi fatta sbatter fuori da tutti i locali della città come Impediments causa disastrosamente anarchiche esibizioni, si ribattezza – con sfoggio di caustico, lucido sarcasmo – “I Sostituti”. Guadagnano fama in quantità tale che la locale indie Twin/Tone li mette sotto contratto e veloce appronta il debutto Sorry Ma, Forgot To Take Out The Trash. Resoconto adeguatamente caotico di giorni adolescenziali, parla la lingua di un hc menefreghista lontano dall’impegno politico e dal nascente “straight edge”, come pure dallo svacco della California. Nessuna spiaggia o skate park per ripigliarsi dalla sbornia, piuttosto il gelo dei grandi laghi, vento e neve che ti sputano in volto per la più parte dell’anno.

In meno di mezz’ora, tra le Bambole Newyorchesi liofilizzate in Careless e l’epica stracciona di Kick Your Door Down ci si getta nella mischia divergendo dalla media. Al di là di titoli autoesplicativi come I Hate Music e More Cigarettes e un pugno d’assalti all’arma bianca, trovate un paradossale senso per i dettagli che, assieme all’approssimazione esecutiva, diventa il valore aggiunto che contrasta un certo calligrafismo. Sugli scudi la solista di Bob, ma pure l’articolato caracollare di I Bought A Headache, la premonitrice ballata da McGuinn sprezzante Johnny’s Gonna Die, il John Cougar offeso in Shiftless When Idle costituiscono prove rilevanti. Sul retro del babà “Ramone ‘n’ roll” I’m In Trouble scelto come singolo si nasconde l’introversione di If Only You Were Lonely, presto pronta a prendere la ribalta. Replica fulminea e affilata, il mini Stink dichiara sfacciata e scarsa autostima che suona come un “prendeteci come siamo o fottetevi” che più punk non si può, come del resto le incontenibili Fuck School, God Damn Job e Kids Don’t Follow, aperta dalla registrazione di una pattuglia della polizia che interrompe una festa. White And Lazy sfoggia maturazione – due minuti di scartavetrato blues, voce marinata nella nicotina e armonica deragliante che sul finale si ricorda delle origini – laddove la rassegnata Go funge da ponte sul futuro.

La talentuosa mano di Westerberg ha preso a far ben altro oltre portarsi alla bocca lattine e bottiglie: risultato confuso ma vitale il 33 giri Hotenanny che, al di là dell’innegabile frammentarietà, suscita attenzioni fuori dei confini dello stato e della base dei fan. Un disco a suo modo sperimentale, che inciampa con entusiastica gioia e allarga gli orizzonti e in ciò trova una ragione di vita. Nel consueto sbraco che induce al sorriso (esilarante il falso medley beatlesiano Mr. Whirly), ci trovate dentro i Clash a stelle e strisce (Color Me Impressed: favolosa) e dei Nirvana torvi con un lustro d’anticipo (Willpower), un wave-pop fragrante e intuitivo (Whithin Your Reach), i Wall Of Voodoo a corto di mezzi (Buck Hill) e finanche incroci Stones/Kinks (Treatment Bound). Intuizioni brillantissime, d’accordo, ma che non lasciavano intuire il miracolo incipiente.

Older, Budweiser

Angolo di un impareggiabile quadrato dorato del “nuovo rock” a stelle e strisce, Let It Be è il capolavoro insperato dei minneapolitani. Prodotto finalmente in modo adeguato, fonde con perfetta attitudine hardcore-punk e sapori pop, anni ’60 (i Byrds muscolari della magnifica I Will Dare, ospite l’ammiratore Peter Buck alla – manco a dirlo – chitarra dodici corde; Favorite Thing) e il decennio successivo (l’amarognolo glam Androgynous), cultura proletaria d’oltreoceano (Black Diamond sdogana i Kiss…) e raffinati scapicollamenti (We’re Coming Out, Tommy Gets His Tonsils Out). Crea uno stile, anche, tramite la bellezza cristallina di Unsatisfied e Sixteen Blue e nobilita di spirito indipendente l’AOR, in tal modo dimostrando possibile un presunto abominio senza che il trucco si noti anche a distanza di decenni.

Nella vicina Chicago se ne ricorderanno gli Urge Overkill gonfiandosi il portafoglio e – germoglio di ben altra schiatta – Kurt Cobain raccoglierà via Gary’s Got A Boner la grana vocale di Paul e alcune gocce del suo inchiostro. Qui, invece, ci si pianta sul plauso unanime della critica e al confino dei miti underground. Tuttavia sono pure i giorni in cui le major iniziano a fiutare l’affare e lusingare in giro: capita anche ai ‘Mats, come lo zoccolo duro li ha frattanto soprannominati. Si fa avanti nel 1985 la Sire e l’obbligo contrattuale offre un primo lavoro la cui scrittura regge il confronto col predecessore, seguendone il solco con pari maturità. Sono semmai le scelte produttive, farina del sacco dell’ex Ramone Tommy Erdelyi, a stupire di Tim.

Fosse stato prodotto – come da progetto iniziale andato all’aria – da Alex Chilton (ai cori nella stellare Left Of The Dial), vi ritroveremmo oggi meno ombre e opacità. La scelta non danneggia in ogni caso la calligrafia e gli impedisce di venire bollato come fratello minore di Let It Be: le corde malinconiche di Here Comes A Regular e la solarità di Swinging Party, la britannica Waitress In The Sky (una nuova Itchycoo Park) e la limpida Kiss Me On The Bus, gli anthem lirici Hold My Life e Little Mascara abbagliano e traghettano il gruppo nel pieno della tempesta appena iniziata.

A ingannare il tempo, esce la cassetta dal vivo The Shit Hits The Fans, a metà tra divertissment rivelatore (tra le tante, cover di Led Zeppelin, Robyn Hitchcock, Only Ones…) e bootleg ufficiale. Critica ai loro piedi, i Nostri se ne fregano e sentite cosa combinano, simpatiche canaglie in sbronza pressoché ininterrotta: al Saturday Night Live si presentano gonfi come spugne e Westerberg spedisce un “fuck” in diretta nelle case di qualche milione d’americani; il maggiore degli Stinson arriva sovente sul palco vestito di soli pannolini; i concerti si trasformano in deliri, quattro relitti che a mala pena si reggono e finiscono le canzoni. Alla richiesta di un video che li lanci su MTV tirano fuori, per il sempiterno inno Bastards Of Young, una singola ripresa – a telecamera fissa! – su uno stereo acceso. Si sarebbero schiantati da tanto andavano all’impazzata verso un muro, come ogni “dropout” di periferia ha sognato almeno una volta e qualcuno per davvero ha fatto.

Solo che, con qualche soldo in più a disposizione, aumentano le responsabilità e si deve crescere o – in un certo senso – morire. Bob ha preso una pericolosa sbandata per la droga e non ci sta più (pare che in molte session di Tim non fosse presente…), così che gli altri, al fatidico bivio di cui sopra, optano per una ripulita. Il chitarrista è messo alla porta e sostituito da Slim Dunlap, valente strumentista e nient’altro. Con Bob sparisce una fetta consistente di magia e si dissolve l’elettricità creativa tra due poli che rappresentava la grandezza dei Replacements, conservata in parte dall’ancora pregevole Pleased To Meet Me, questo sì supervisionato dall’ex Big Star e ultimo loro lp da inserire negli scaffali a cuor leggero. La formazione che così scampa all’(auto)distruzione sarà, infatti, cosa assai diversa.

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