Recensioni

Ci sono autobiografie di questo tipo. Che non fanno sconti, né a se stessi e né (tantomeno) agli altri. Sembrano corpi opachi che attraversano una linea spaziotempo, tracciano un solco tra caso e cause, tra individui e situazioni. Spesso seguono il tipico percorso della parabola: ascensione, apoteosi, caduta. Per quanto riguarda Sylvester Stewart, l’ascensione è stata rapida, l’apoteosi formidabile, la caduta lenta e inesorabile. Ma non definitiva. Una caduta di quelle che fanno almeno un prigioniero: il protagonista stesso (antagonista di se stesso).
Mr. Stewart è noto ai più come Sly Stone. Un gigante. Personaggio tanto vulcanico quanto ispido, l’ego affilato nella cuspide tra i 50s e i 60s lasciandosi abbagliare dalle vampe del soul, l’estro sconfinato che gli consentiva di ignorare i confini stilistici e approdare con naturalezza in un territorio ibrido, dove la black music confondeva strutture, forme, timbri e obiettivi con il rock sempre più (in) acido e con la radiofonia carezzevole però mai addomesticata del pop. E – certo – addivenendo a quel funk che, messo a sistema dall’imperiosa Papa’s Got A Brand New Bag di James Brown nel 1965, detterà il passo, le sincopi, l’angolazione di un procedere assai volitivo ma brado, aperto a digressioni formicolanti, alla gioia sensuale come antidoto alle diverse tossicità sociali.
Tuttavia, quanto a tossicità, Sly non si fa mancare praticamente nulla. Anzi: è una vera e propria macchina da dipendenze. E in questo memoir non lo nasconde. Mentre la Family si fa largo nelle classifiche e nell’immaginario a forza di album (l’esordio A Whole New Thing del ‘67, la doppietta Dance to the Music e Life nel ‘68), singoli (Everyday People – novembre ‘68 – si arrampica fino alla vetta di Billboard) ed esibizioni live straripanti, in un’atmosfera di euforia economica e sessuale ben pennellata pagina dopo pagina, mentre tutto questo insomma accade con incedere trionfale, il catalogo degli stupefacenti si fa via via più nutrito, delineando una contro-parabola di progressivo offuscamento dell’originale entusiasmo. Il che comunque non impedirà la realizzazione di capisaldi del funk-(soul)-rock come Stand! (1969) e soprattutto There’s a Riot Goin’ On (1971), risposta lisergica al Marvin Gaye di What’s Going On (uscito pochi mesi prima).
I Settanta insomma si portano via i Sessanta e li sostituiscono con droghe sempre più pesanti, l’ulteriore inasprimento del conflitto nel sud-est asiatico, il protrarsi della discriminazione razziale in quello che venne lucidamente denominato “institutional racism”. Sly racconta questo difficile periodo, per così dire, dalla pancia del sistema. Smentisce le chiacchiere sulla presunta relazione con Doris Day, madre del produttore Terry Melcher. Riferisce dell’incontro fugace con Charles Manson. Fa capire quanto fosse densa l’intesa con Jimi Hendrix, che forse avrebbe fruttato qualcosa di concreto se il chitarrista di Seattle non avesse lasciato il pianeta con l emodalità che ben sappiamo. Pennella con lucida amarezza, il buon Sly, la travagliata esibizione all’Isle Of Wight, tra caos organizzativo e politicizzazione d’assalto, così come il rapporto di amore-odio con Muhammad Alì, del quale non condivideva l’attivismo “spettacolarizzato”. E poi ecco il matrimonio con Kathy Silva, trasformato in un vero e proprio concerto, apoteosi di vitalismo e kitsch, apice esistenzial/spettacolare da cui si può soltanto iniziare a scendere.
E scende, scende l’uomo (Stewart) e l’artista (Sly), passa da un rehab all’altro, senza troppi benefici, di sicuro non a lungo termine. Combatte col fisco, con un mondo che nel frattempo ha scelto nuovi riferimenti musicali, nuovi eroi. Che immancabilmente gli riconoscono i debiti, talora stringendo alleanza (George Clinton), oppure oscillando tra gratitudine e volontà di potenza (Michael Jackson, che ne acquista il catalogo), o ancora gravitando sulla propria megalomania (uno sfuggente Prince). Per non dire – va da sé – di quanti in area hip-hop dalla sua musica trarranno campionamenti a piene mani (chi si è premurato di contarli parla di oltre 800 sample!).
Tra molti inciampi e sporadiche risalite, Sly arriva comunque vivo fino ai nostri giorni, padrone in qualche modo del proprio passato e quindi del proprio destino. Titolare di un repertorio che nel progredire e riarticolarsi delle mode non smette di suonare formidabile. Di cui questa sanguigna autobiografia è degna appendice.
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