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9.5

Si deve sempre diffidare dalle sintesi retoriche a effetto, ma ce ne sono alcune che a volte possono spiegare alla perfezione, in poche parole scelte chirurgicamente, il senso di un’opera d’arte. Nel caso di What’s Going On mi affido a due frasi di Ben Edmonds, critico musicale americano che alla tormentata genesi dell’album del 1971 ha dedicato uno splendido saggio (Inner City Blues: Marvin Gaye and the Last Days of Motown Records).

La prima: in nessun altro disco di Marvin Gaye c’è meno sesso, ma in pochissimi altri dischi di chiunque altro si può trovare più amore.

La seconda: quella di What’s Going On è musica che è stata catturata, non registrata.

Ecco, per cominciare a arrampicarsi sui contorni di un monumento della musica popolare come questo si può partire da qui. Non penso ci sia niente di più bello si possa dire di un disco così. Non c’è niente di più bello si possa dire di qualunque disco. Canzoni nate da una vocazione quasi sovrumana all’universalità e all’empatia, al contatto tra miliardi di corpi gettati loro malgrado in un mondo ostile e la cui unica moneta di scambio, nonché possibilità di dare un senso all’esistenza, è la tensione gli uni verso gli altri tramite quel magnete che è “l’amore” (per i propri simili, per le possibilità della vita, per i bambini, per gli animali, per la natura, se uno ci crede anche per – e tramite – Dio). Ma non solo: musica nata sull’onda dell’ispirazione e frutto di una visione che non si materializza su uno spartito ma si realizza magicamente nel suo stesso fluire, in una drammatica lotta contro il tempo e la diffidenza arcigna della propria casa discografica. Musica che, appunto, puoi solo catturare. Tutto questo da parte di un uomo che prima di realizzare questo miracolo si sente alla deriva, come artista e come essere umano. What’s Going On è anche questo: uno dei più incredibili esempi di redenzione personale e di rinascita che la storia del pop ricordi.

Partiamo da qui, allora. Da un uomo in crisi. Marvin Gaye all’inizio degli anni ’70 ha diversi pesi sulle spalle. È un cantante di successo (solo due anni prima I Heard It Through the Grapevine aveva battuto ogni record di vendite per la Motown) ma non si riconosce più nell’immagine di elegante sex symbol nero cucitagli addosso fin dagli esordi. Così come non si ritrova più nella filosofia da hit factory dell’etichetta di Berry Gordy, imprenditore geniale con un istinto commerciale infallibile ma anche un cinismo che lo ho portato a vedere in quel “suono della giovane America” che aveva brevettato una formidabile macchina da soldi, da alimentare continuamente tramite una impostazione da catena di montaggio detroitiana.

Le melodie catchy e l’escapismo sentimentale non sono più in grado, per Marvin, di raccontare la desolazione e gli orrori dell’America del 1970. Quella del razzismo e dei disordini per le strade, della disoccupazione e dell’inquinamento sempre più diffuso, della guerra in Vietnam (il fratello c’è stato a combattere, laggiù) e della strage alla Kent State. In più ha l’agenzia delle imposte che lo perseguita per inadempienze fiscali, e il suo matrimonio (tanto per complicare ulteriormente le cose è sposato con Anna Gordy, sorella del suo patron discografico) sta andando a rotoli. E poi c’è forse il fardello più pesante: pochi anni prima la sua partner artistica Tammi Terrell, con la quale aveva dato vita a duetti indimenticabili, le era crollata tra le braccia durante un concerto. Diagnosi spietata: un tumore al cervello in fase avanzata. Nel marzo del 1970, Tammi muore e Marvin si sente ancora più solo. Eppure, per citare uno dei loro successi, ain’t no mountain high enough. Non per uno con il talento e la determinazione di Marvin Gaye, uno per cui stubborn kind of fellow non era solo il titolo di una delle hit che lo aveva lanciato ma la definizione perfetta del suo carattere ostinato. Neanche Berry Gordy poteva fermarlo.

Tra le ambizioni di Gaye in quel momento c’è anche quella di diventare produttore. Mentre è alla ricerca di una canzone giusta gli viene proposto un pezzo scritto da Renaldo “Obie” Benson dei Four Tops con il paroliere Al Cleveland. Un brano che parla in modo non troppo esplicito ma comunque chiaro delle tensioni sociali che attraversano gli Stati Uniti in quel periodo. Dopo essere stata sottoposta inutilmente a Joan Baez e agli Originals, Marvin si convince a cantarla lui, non senza un piccolo ritocco al testo per renderla ancora più settata sul mood conflittuale e caotico del momento storico. Quella canzone è What’s Going On.

Madre, madre, madre, troppi di voi stanno piangendo. Fratello, fratello, fratello, davvero troppi di voi stanno morendo”. Ci sono canzoni che entrano nel tessuto connettivo di un periodo storico, di una generazione, di un paese, già nei primi trenta secondi e poi non ne escono più. What’s Going On è una di queste. Il chiacchiericcio da party che la apre, l’inconfondibile fraseggio di sax alto che introduce il cantato (era il sassofonista Eli Fontaine che si stava riscaldando prima dell’incisione, Gaye lo sente e rimane folgorato: “è questa, puoi andare”…cosa si diceva del catturare il momento?) e poi quelle parole. Cosa sta succedendo in America, come possiamo trovare il modo di riportare comprensione e amore tra le persone? Perché la sofferenza, perché le guerre? Sembrano trite domande retoriche, ma persino i più usurati luoghi comuni da era dell’Acquario – nel testo c’è anche un passaggio, che nell’album verrà ripetuto in Inner City Bues, che recita “who are they to judge us/simply because our hair is long”, che ricorda il nostrano “come potete giudicar per i capelli che portiam” – vengono redenti dalla magia della musica e dalla sincerità dell’ispirazione.

Altri esempi di serendipity: l’inserimento nel testo di parole azzeccate come “escalate”, che immediatamente rimanda al conflitto nel Sud-est asiatico e al suo allargamento alla Cambogia, e la scoperta di Gaye – dopo aver sentito per sbaglio due tracce vocali fatte partire contemporaneamente – delle potenzialità di duettare con se stesso, trucco che sarà poi utilizzato in tutto l’album. Infine, la decisione di affidare l’arrangiamento a David Van de Pitte, che cuce intorno alla voce del cantante velluti e broccati di archi, fiati e percussioni. Sì, c’era davvero della magia quel giorno di giugno del ’70 allo Snakepit di Detroit, il famoso studio della Motown. Persino quei professionisti dei Funk Brothers, la resident band dell’etichetta, abituati a suonare qualunque cosa senza farsi troppe domande, si accorgono di aver appena creato qualcosa di unico.

Sarà contento Berry Gordy, no? No. Quando ascolta l’incisione, manca poco che tiri il nastro in faccia a Gaye. “Cos’è ‘sta merda? Sembra due radio che suonano contemporaneamente”. Fiuto infallibile, ok, ma fino a un certo punto. Il boss pone il veto alla pubblicazione, ma Marvin ha deciso che non è più tempo di farsi mettere i piedi in testa. “O esce come singolo, o cambio etichetta”. Il cognato abbozza. E cambierà idea poche settimane dopo l’uscita del 45 giri. N.1 nelle classifiche soul e n.2 in quelle pop. Persino meglio di Grapevine. “Ok, Marvin. Dov’è l’album?”. E qui Gaye realizza di non avere nessun’altra canzone. Solo frammenti, spunti, cose messe da parte e scartate negli anni precedenti. Ma è il Signore che lo guida, e forse anche la ganja. Accetta il rischio, si chiude in studio per dieci giorni, si affida nuovamente a DePitte, chiama in aiuto (soprattutto per i testi) James Nyx, Elgie Stover, i già sperimentati Benson & Cleveland e pure la moglie Anna. Scrive freneticamente, nello stesso momento in cui registra. Si intestardisce a sviluppare una tecnica vocale infinitamente più rilassata e avvolgente, leggenda vuole ottenuta previe compulsive session masturbatorie. Contro ogni aspettativa, ne esce trionfante.

È praticamente impossibile non ascoltare What’s Going On dall’inizio alla fine. Non si possono separare quelle canzoni una dall’altra. Certo, la title track fa storia a sé per i motivi sui quali ci siamo dilungati, e giustamente è messa all’inizio per introdurre in modo morbido gli ascoltatori del 1971 con qualcosa che già conoscevano. Ma ciò che la segue è un blocco unico, che acquista il suo senso profondo soltanto nella continuità tra un brano e l’altro. Una suite, una sinfonia soul, un viaggio, una preghiera. La costruzione stessa del disco lo conferma: prima è stata registrata la base ritmica in un’unica tornata, poi sono stati aggiunti archi e fiati. I momenti di passaggio non sono mai forzati, anche se uniti dal taglia-e-cuci delle varie tracce vocali.

Si avverte sempre un senso di naturalezza e di spontaneità, spesso di esuberanza impossibile da contenere, come nello swoosh di piano tra Save the Children e God is Love. A proposito di queste due canzoni: insieme a Wholy Holy rappresentano il nucleo estatico e più intimamente religioso dell’album, che riecheggia l’andamento delle funzioni in chiesa. Ci sono i momenti di elevazione, quelli di sospensione e di dialogo interiore con la divinità, quelli di gioia condivisa. La tensione tra spirituale e secolare si avverte in tutto il disco, così come quella tra il Marvin Gaye carnale di prima (gli “aauuhh” in Inner City Blues) e quello che in quel momento si vedeva come un uomo nuovo. Tutto ciò per dire che se si dovesse mettere una targhetta di genere su questo ciclo di brani probabilmente sarebbe “gospel”. Ma non il gospel a cui siamo abituati a pensare. Così come si può dire che forse è r&b ma non esattamente, jazz che non è proprio jazz, soul ma traslato a un altro livello rispetto a quello dei gloriosi anni 60 appena finiti. E proiettandosi nel futuro sono rintracciabili anticipazioni di Philly sound e persino disco, ambiti musicali che del ruolo strutturale degli archi mescolati alla fisicità black faranno il loro marchio di fabbrica.

Il giochino dei riferimenti e dei paragoni, del resto, in questo caso serve a poco. Ovviamente anche Marvin Gaye non creava nel vuoto, aveva un orecchio attento ed era consapevole della spinta in avanti che in quel momento artisti come Isaac Hayes e Curtis Mayfield stavano dando alla musica nera, così come aveva sicuramente ascoltato i Traffic di Glad (e Right On ne è evidente testimonianza). Come aspirazioni, più che come ispirazioni dirette, si possono anche citare Duke Ellington e il Coltrane di A Love Supreme. Ma What’s Going On è un lavoro che si può spiegare solo all’interno dei suoi parametri. O forse non si può spiegare per niente, e va solo assorbito, lasciato penetrare nello spirito come un ricostituente quando la vita sembra un percorso a ostacoli.

Impossibile non sentirsi elevati e rasserenati da musica come questa. Che peraltro non ricorre a ganci melodici immediati, in realtà pochi e sparsi (il “say man I just don’t understand/what’s going on across this land” in What’s Happening Brother?, il refrain “mercy mercy me” della canzone omonima incentrata sulla preoccupazione ecologica). What’s Going On è non è un disco di hook, è un disco di groove e arrangiamento. E anche i testi poggiano sulla forza impressionistica della ripetizione, si conti quante volte ricorrono termini come Lord, jesus, love, mother, father, save, interpolati a slang del periodo (right on, man) e a strofe singolarmente efficaci nella loro capacità di sintetizzare un mondo in bancarotta, economica e politica (un esempio: “inflation, no chance to increase finance/ bills pile up sky high/ send that boy off to die”).

Poteva davvero essere fiero di sé, Marvin Gaye, dopo un disco del genere. E forse glielo si legge in volto nella foto di copertina. Lo sguardo di uomo bellissimo e intelligente, mosso da qualcosa di più alto della semplice ambizione, che sotto la pioggia fissa un orizzonte di speranza. Che non si realizzerà, né per lui né per il mondo. Ma non si deve mai smettere di crederci. È questo che ci insegna da più di cinquant’anni What’s Going On.

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