Recensioni
Slowdive, Still Corners, Panda Bear & Sonic Boom, Just Mustard ...
Ypsigrock Festival 2023
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Mauro Bonomo
- 18 Agosto 2023

Ypsigrock, che quest’anno ha registrato un sold out completo, si dimostra una realtà più unica che rara di ciò che dovrebbe cercare di essere un festival.
Lo ammetto: non è semplice per me scrivere questo report di Ypsigrock 2023. Il primo motivo è perché il festival mi ha cresciuto musicalmente fin da un’edizione, quella del ’99, della quale serbo un ricordo magico e insieme terrificante, dei decibel che l’allora me seienne percepì durante il concerto dei Marlene Kuntz; il secondo perché, proprio durante questo continuo viaggio nel suono che è stato stimolato anche dal festival siciliano, quando ho incontrato sulla mia strada le rarefazioni degli Slowdive ho fantasticato innumerevoli volte di vederli dal vivo proprio a Castelbuono. Perdonatemi allora un briciolo di parzialità. Dopotutto se è probabilmente già difficile mantenere un distacco da puri cronisti quando si parla di musica dal vivo, lo è ancora di più per una realtà come questa che in ventisei (ventisei!) anni di storia ha rivoluzionato in meglio un paese di ottomila abitanti.
Nella casa di Castelbuono dove ho passato gran parte delle estati della mia vita non c’è rete telefonica mobile. Si vive, oggi ancora di più, quasi disconnessi dal mondo digitale fatto di continui stimoli e ricompense fugaci, in un tempo sospeso scandito soltanto dal suono delle campane che ancora orientano le giornate nel paese medievale. Inevitabile quindi esercitarsi alla noia soprattutto nella controra dei lunghi pomeriggi estivi, quando le strade selciate del centro si inzuppano di caldo e pochi piedi hanno voglia di affrontarle.
Un tempo erano ore dilatate che trascorrevo – quando non andavo al mare – giocando o leggendo, ora sono quelle in cui, al primo giorno di festival, per le vie del centro storico si iniziano ad intravedere i primi ypsini e l’Ypsi Once Stage sotto il castello comincia a respirare quasi fosse un polmone. Non è raro, in questi pomeriggi di festival, incrociare le band e gli artisti: magari diretti a uno degli altri palchi, oppure dopo il soundcheck, passeggiano in comitive più o meno numerose, mangiano gelato, si guardano attorno quasi spaesati.
Quest’anno il premio della comitiva più adorabile se lo sono aggiudicati credo senza particolari discussioni i Plastic Mermaids, con tanto di neonata (erede del cantante Richard Douglas) al seguito. Negli anni il festival ha costruito un rapporto profondissimo con il proprio paese che fa sorridere ripensando alla tolleranza malmostosa degli inizi, quando un manipolo di giovani visionari pensò che sì, perché non portare a Castelbuono i propri gruppi del cuore? Mano a mano che il festival cresceva (e lo ha sempre fatto con le proprie gambe, piccolo passo dopo piccolo passo) il paese – e quindi la comunità – ha dapprima accettato con rassegnazione quest’invasione di alieni lunga due/tre giorni, poi ha imparato a conviverci, infine vi si è legato con l’affetto di un genitore silenzioso che forse non capisce fino in fondo il proprio figlio ma lo sostiene.

Ypsigrock è stato e continua ad essere, oltre e insieme a un festival musicale, la creazione e la crescita di una comunità e di una vera e propria famiglia che si è andata fortificando nel tempo, e ogni anno che passa appare più chiaro quanto in questo angolo di Sicilia si sia creato un piccolo miracolo: lontanissimo dalle autonarrazioni sui social, dal “dover esserci” per forza, dall’ostentazione di un’unicità che molti festival (quest’estate è stata un’apoteosi di kermesse senz’anima, dalle line-up spesso scialbe e copincollate) cercano invano di vendere senza riuscirci. Ypsigrock è prima di tutto del e per il proprio pubblico. Una comunità accogliente, aperta, mutualistica, legata dall’amore per la musica vissuta il più possibile vicino al cuore.
L’organizzazione anche quest’anno si è dimostrata un meccanismo quasi perfetto, oliato in anni di lavoro sinergico, che ha saputo far fronte ancora una volta anche alle necessità di trasporto (con un servizio di navette extra per la vicina ma scarsamente collegata Cefalù) e anche di alloggio (intervenendo per cercare di spegnere sul nascere ogni tentativo di speculazione sui prezzi delle camere da parte di pochi furbi). Questa attenzione al proprio pubblico si è espressa anche in un ambiente libero e senza file, barriere, controlli di sorta (dimenticatevi la perquisizione di zaini o borse, dimenticatevi la seccatura dei token, men che meno le file chilometriche per bere o mangiare). Certo, si dirà, facile con numeri fondamentalmente piccoli come quelli di Ypsigrock: non è facile mai, invece, e la percezione della sinergia che si è saputa creare tra il festival e il paese intero ha un peso quasi pari alla componente musicale.
La musica: perché poi (anzi prima) c’è lei. Partiamo da una nota metodologica, e cioè che un festival come Ypsigrock accoglie, certo, headliners così come nuove promesse (è questo il caso della rassegna Avanti il prossimo… che dal 2000 offre un palco sempre più importante e un premio in denaro ad artisti e artiste emergenti), ma va osservato e valutato nella maniera più ampia possibile; per questo proverò a dare uno sguardo d’insieme, lasciando perdere il resoconto giorno per giorno, seguendo le suggestioni dei riverberi, le ossessioni dei loop, le lisergiche psichedelie e i suoni che hanno attraversato il paese dall’Ypsi Once stage ai piedi di un castello animato dai visual (splendidi) di ionee Whaterhouse, al Cuzzocrea stage del camping.
Quest’anno la band che ha richiamato, in parte, il pubblico meno festivaliero e più “fan-in-senso-stretto” è sicuramente stata i Verdena: i tre (ormai quattro dal vivo) bergamaschi hanno in qualche misura chiuso un cerchio proprio con i primi anni del festival, durante i quali non sarebbe stato strano vederli sul palco di un Ypsigrock agli albori, quando ospitava band del calibro di Afterhours, La Crus, Marlene Kuntz, Zu. Curiosità: sono stati il primo gruppo italiano a chiudere una serata sul palco principale dopo 17 anni (l’ultima volta, se non mi sbaglio, era il 2006 con i Non Voglio Che Clara). Ora i ragazzi – tutti – sono cresciuti e il loro live è stato quello (come sempre tiratissimo) del gruppo maturo e solido che ormai sono, ottimo per scaldare le orecchie il giovedì dopo una performance di Ekkstacy non proprio esaltante – in tutto sono state soltanto una manciata le esibizioni vagamente sottotono, aggiungo quelle di Liela Moss e dei Kiwi Jr.

Al capitolo scoperte e/o sorprese troviamo per quanto mi riguarda i TRAAMS, i quali hanno portato altissima l’eredità del “venerdì chitarre” che per molto tempo ha contraddistinto le line up del festival; i Noisy che hanno conquistato e infiammato il palco del chiostro di San Francesco con tanto di stage diving la domenica pomeriggio (così come i King Hannah avevano fatto il giorno prima, in uno degli act più attesi e ben riusciti nell’atmosfera insieme raccolta e potenzialmente esaltante dell’Ypsi & Love stage). Pure i Just Mustard hanno decisamente convinto, domenica, trasportando dal vivo quell’energia tellurica che nel secondo disco restava per molti versi soltanto potenziale. La stessa che, in panorami diversi, hanno veicolato i The Comet is Coming, con uno Shabaka Hutchings strepitoso (in una delle ultime sue esibizioni al sax, che abbandonerà a partire dal 2024) decisamente divertito da un pubblico del sabato sera che ha continuato a ballare fino all’alba con i Lynks al campeggio.
Se ci fosse un capitolo sogni non potrebbe aprirsi che con l’incredulità quasi palpabile che circondava tutti durante il live degli Slowdive, tanto magico da non poter essere descritto se non soltanto in termini o retoricamente eccessivi (estatico, ultraterreno, stella cadente che si dissolve troppo presto nelle notti di San Lorenzo) o freddamente razionali (una stratificazione di suono impeccabile, che aggiungeva strati su strati senza perdere il minimo dettaglio). La band è in forma smagliante e il nuovo disco alle porte si prepara a essere una nuova gemma dopo il comeback del 2017. Su coordinate simili, ma tinte di minore estasi, anche l’elegante apparizione dream pop degli Still Corners, che sabato sera ha tirato le fila del genere dopo i belgi The Haunted Youth. Chitarre che vanno, come sempre, fortissimo da queste parti, ma spazio anche ai gioielli pop retromaniaci e psichedelici targati Panda Bear & Sonic Boom, domenica: i due hanno articolato il loro caleidoscopio di melodie ed evocando una pletora di fantasmi doo-wop. Forse non per tutti, ma l’atmosfera che hanno creato è stata l’equilibrio precario perfetto per essere distrutto dai Young Fathers (nota a margine: la brioche con gelato che Kayus Bankole si è gustato entrando nel parterre qualche passo davanti a me, giusto per sottolineare ancora una volta l’atmosfera), che hanno chiuso il palco principale.

Ci sono, a Ypsigrock, una serie di abitudini nate negli anni e coltivate, come ogni buona tradizione, attraverso il racconto e il passaparola fino a renderle rituali. Ne cito una per tutte – ché le altre vanno scoperte – ed è l’abbraccio collettivo che il festival dà a se stesso in piazza Castello dopo l’ultimo live, la domenica notte. Qui si celebra e si rinnova questa piccola utopia di appassionati: volontari o spettatori, non ci sono distinzioni. Ypsigrock ha dimostrato ancora una volta che fare un festival per bene è molto di più che portare gli artisti a suonare in un posto. Fare un festival può e dovrebbe significare prima di tutto fare cultura per i bambini che si tappavano le orecchie nel pubblico venticinque anni fa, creare ricchezza per un territorio, rendere fruibile e accessibile a tutte e tutti la musica dal vivo (da molti anni c’è una pedana rialzata riservata alle persone diversamente abili), cercare di restare fedeli solo e soltanto al pubblico…. l’equilibrio che a Castelbuono hanno saputo dare a tutto questo è quasi per certo irripetibile, di sicuro un esempio che travalica i confini dell’organizzazione eventi per somigliare a un microcosmo di solidarietà e comunione. Perché la famiglia è quella in cui nasci – e le radici di Ypsigrock sono forti e scavano a fondo tra le montagne delle Madonie – ma è anche e soprattutto quella che scegli e per la cui salvaguardia lavori sodo. Per questo è già partito il conto alla rovescia per l’anno prossimo, quando la famiglia si riunirà.
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