Recensioni

6.8

Gli Sleepy Sun da Santa Cruz, California, ma adesso operativi nella Bay Area, sono uno dei tanti nomi che basculano da tempo nel middleground della psichedelia statunitense – quella che da più di un decennio prospera sulle spalle larghe di band quali Black Angels o i Brian Jonestown Massacre. Nel giro di un poker di uscite, a partire dall’ottimo esordio Embrace (2009, ATP Recordings), gli Sleepy Sun si sono mantenuti su di uno standard sonoro che non travalicava molto oltre i tòpoi del genere, per quanto a tratti lasciassero intravedere degli sprazzi di originalità ed un talento mai messo in discussione; la band californiana ha infatti sempre mostrato le proprie carte migliori quando si discostava dalle consuete mescolanze acide tra il blues elettrico di foggia sabbathiana ed abusate composizioni psych-folk coi fiori in testa, rifugiandosi in una dimensione crepuscolare, confortevole ed a tratti oscura, a dispetto dal nome che portano. Ma l’immagine, il concetto che ruota attorno ad alcune delle loro tracce migliori, è proprio quello di un sole che tramonta e posa sulle nostre teste gli ultimi, pigri sbuffi di luce, portandoci quindi in una sorta di comfort zone privata (ma a tratti anche volutamente inquietante e lasciva, come detto poc’ anzi): quest’ultimo Private Tales, il quinto lungo, esce proprio con le migliori premesse e un titolo che non dovrebbe raccontarci bugie.

Ed in parte è tutto vero, nessun trucco: gli Sleepy Sun ci portano per mano nella loro dimensione privata, il loro salotto adornato di assurdi monili esoterici (Demon Baby), sbiadite polaroid oceaniche (Seaquest), ma anche trascurabili cianfrusaglie (The Keys); si respira al solito del romanticismo, sull’onda lunga degli ululati d’amor perduto che il versatile e umorale leader Bret Costantino lanciava alla luna nel precedente (e ottimo) Maui Tears (2014, Dine Alone). Come il predecessore, infatti, anche quest’ultima fatica in studio ci mostra degli Sleepy Sun ben più a loro agio quando se la prendono comoda e intonano solenni liturgie al lume di candela, come nell’iniziale litania di Prodigal Vampire, in cui Costantino canta profetici versi: “It’s been a while since you’ve heard from me – what can I say after all this time – I’m lost for miles, and I’m lust for life”. A dispetto del loro aspetto (perdonate il calembour) pacifico e solare da hippies della prima ora, i nostri paiono trarre forza quando si rifugiano in una dimensione di negazione e perdita, di dolore ed autocoscienza, giocando con i contrasti e le contraddizioni: il pezzo più forte del lotto è probabilmente la ieratica e obliqua When the Morning Comes, che cela dietro ad un titolo speranzoso una sorta di celebrazione della morte, tra sognanti e pinkfloydiani tappeti sonori e scossoni alla Blue Cheer – a tratti i nostri ricordano i “cugini” canadesi Black Mountain (gruppo al quale in realtà sono sempre stati associati, sin dagli esordi, per analogie e sonorità), nella processione elettrica di Crave, in cui si odono campane e si rintracciano vibrazioni soul, mentre Costantino si tramuta in una sorta di Screaming Jay Hawkins carburato a sostanze psicotrope: la out-of-body experience è percepibile dal momento in cui il frontman, mutando voce e timbrica, tuona il minaccioso verso “I’m cookin’up a spell for you”. Questa licantropia ad intermittenza è uno dei punti forti della band di Frisco, perché fornisce alle loro composizioni un’imprevedibilità ed un ampio spettro emotivo molto spesso trascurati come elementi-cardine nel sound di band affini ed affiliabili al loro stesso filone; a tratti, però, si rivela essere indice di poca sicurezza, che porta i nostri a perdere il punto focale della questione e a smarrirsi tra le varie interpretazioni di sé. Li vediamo un po’ più zoppicanti in brani come Throes, o la già citata The Keys che, sebbene appaiano come composizioni tutto sommato dignitose e non prive di una ragion d’essere, mostrano un po’ di prevedibilità e poca “scossa”, poca materia d’interesse. Ma appunto, sono solo episodi catalogabili sotto la voce “carinerie pop-rock”, e più che dalla mano di oscuri druidi, paiono provenire dalla mano sinistra di una rockstar da yacht party di fine anni settanta – in pratica, dei Fleetwood Mac più minacciosi e vibranti, e devoti a culti pagani.

A tratti la band si adagia, altre volte si lascia proprio andare: li preferiamo in quest’ultimo stato, uno stato di semi-coscienza, tra la furiosa veglia e il docile sonno, le malsane bad vibrations e le ninne-nanne luttuose, per poi vederli scomparire lentamente, come nel finale di Reconcile, come un sole spento che si rimbocca le coperte dietro l’orizzonte.

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