Recensioni

Nelle note stampa, a firma Rick Moody, dello stratosferico The Woods del 2005, leggevamo di come la contrapposizione tra le voci e le chitarre di Carrie Brownstein e Corin Tucker, specie nell’1-2 finale costituito da Let’s Call It Love e Night Light, desse adito alla fusione tra le tendenze dionisiache della prima e quelle apollinee della seconda. Quel mix tra istinto e razionalità ritrova ragion d’essere nel longevo rapporto umano e artistico tra le due musiciste statunitensi, originario fulcro delle Sleater-Kinney e ormai uniche titolari del gruppo a seguire la defezione dell’insostituibile batterista Janet Weiss (Quasi). Brownstein e Tucker hanno imparato a comporre, suonare e cantare, nel corso dei decenni, adattando l’una lo stile a quella dell’altra, diventando una delle accoppiate leggendarie della storia del rock. Lennon e McCartney, Jagger e Richards, Strummer e Jones, Browstein e Tucker. La stessa Brownstein, una delle migliori chitarriste della sua generazione, scriveva nel memoir Hunger Makes Me A Modern Girl del 2015, da avere assieme a Girl In A Band di Kim Gordon: «Il mio stile nel suonare è interamente stato costruito attorno a qualcun altro che suonava la chitarra con me, una storia che di per sé sembra incompiuta, un to-be-continued sonico, progettato per essere completato da qualcun altro».
Pubblicato da Loma Vista, a segnare l’ennesimo cambio di label dei tempi recenti, Little Rope è l’undicesimo album della band e il secondo album realizzato dalle due amiche senza Weiss, per la precisione il secondo a seguire l’autoprodotto Path Of Wellness del 2021. Path Of Wellness, più tradizionalista e caldo nelle sonorità, inseguiva una certa forma di benessere. Little Rope manda in porto la collaborazione vagheggiata con John Congleton – a lungo spalla di St. Vincent, che aveva prodotto invece in prima persona il più futuristico The Center Won’t Hold del 2019 – e recupera sia in elettricità auto-terapica sia in inquietudine. Non poteva essere altrimenti visti i presupposti da cui è scaturito. Nell’autunno del 2022, infatti, Tucker è stata incaricata dall’ambasciata americana di dare notizia a Brownstein dell’improvvisa scomparsa della madre e del patrigno, uccisi in un incidente stradale durante una vacanza in Italia. Brownstein aveva indicato Tucker come contatto di emergenza sul modulo del passaporto; lei aveva cambiato il suo numero di telefono, Tucker no.
Parte del materiale era già stato abbozzato, ma la famigliarità tra Brownstein e Tucker si è tradotta all’atto pratico in una comfort zone, un riparo, in sala di incisione a Portland, per l’elaborazione del lutto, tra sensazioni di terrore e necessaria liberazione. Con la fusione tra apollineo e disonisiaco di cui sopra a materializzarsi nella consapevolezza che l’unico modo per ottenere il controllo fosse quello di lasciarlo andare. Bronwstein ha dichiarato: «Non penso di aver mai suonato così tanto la chitarra da quando ero adolescente o poco più che ventenne. Muovendo letteralmente le dita sulla tastiera per ore e ore, per ricordare a me stessa che ero ancora capace di abilità motorie di base, di movimento, di esistere». Eccoci – in uno stato emotivo-creativo che sarebbe stato meglio non esperenziare, va da sé – tornare agli albori, quando appunto Brownstein e Tucker capivano come esprimersi in maniera complementare, sostenendosi a vicenda negli spazi personali e in quelli delle canzoni. In una recente intervista, Brownstein ha aggiunto: «Avevo bisogno di sentire la voce di Corin». Ci aggrappiamo a esse, in Little Rope: la chitarra virtuosa di Brownstein e la voce di Tucker, dal range con vibrato notoriamente potentissimo, cristallina e a tratti ruvida come non accadeva da un po’.
Little Rope prende di petto il tema del dolore, di conseguenza la scelta della compagnia con cui affrontarlo e i suoi effetti trasformativi. Un tema non del tutto inedito per autrici con il coraggio di parlare delle sofferenze ospedaliere dei malati di tumore in The Size Of Our Love, da The Hot Rock del 1999, o di accennare al suicidio nella hit Jumpers. Apprendiamo che spesso per Little Rope il processo di songwriting ha coinvolto «Tucker e Brownstein da sole in una stanza con nient’altro che un paio di chitarre e amplificatori – un processo immutato da quando la band ha iniziato a registrare a metà degli anni 90. A volte le canzoni che iniziavano in silenzio si tramutavano lentamente in qualcosa di trionfante. A volte quelle trionfanti si rivelavano canzoni tranquille sotto mentite spoglie».
Little Rope è stato annunciato peraltro come uno dei lavori «più raffinati e delicatamente stratificati», dalla ricca e ambiziosa strumentazione, nella carriera trentennale delle Sleater-Kinney, che in realtà lo spettro di azione lo avevano già ampliato proprio con The Hot Rock e il policromo, barricadero One Beat del 2002. Tornando all’attualità, l’album ormai “classico” dell’era post-reunion rimane tuttora il grandioso No Cities To Love, uscito nel 2015, a un decennio esatto di distanza dal succitato The Woods: uno dei migliori dischi di come-back di sempre, in pratica, nel rigore etico, nell’epica e nella qualità del materiale. Surface Envy, brano-manifesto nella sua irresistibile meta-narrazione, farina del sacco di Tucker («We win, we lose, only together do we break the rules»), si apriva curiosamente così: «Throw me a rope, give me a leg». La batteria di Weiss, con quella foga ritmica abbinata a tecnica invidiabile capace di togliere il baricentro dei brani da sotto ai piedi, manca oggidì, c’è poco da fare, anche se in Little Rope Angie Boylan, dietro alle pelli anche dal vivo a partire dal 2019, se la cava bene. Qui troverete comunque sia un’ampia varietà di sfumature e canzoni che si attaccano alla pelle ascolto dopo ascolto facendo sentire “a casa” non soltanto le due sodali ma anche noi.
Quanto le Sleater-Kinney – definite da Greil Marcus nientemeno che «America’s best rock band» – restino una delle band più attuali e politiche in circolazione, è giusto rammentarlo. In virtù dello storico songbook femminista, quando essere riot grrrl significava veramente fare la rivoluzione contro il patriarcato (e riascoltare la loro discografia pre-reunion scuote a dovere ridimensionando molti fenomeni successivi), e della lucidità con cui Brownstein e Tucker continuano a osservare il mondo circostante, con le relative crisi e storture sociali. L’onestà non è mai venuta meno a queste latitudini. Gli slogan, privi di morale, che le due musiciste hanno forgiato disco dopo restano indimenticabili. Non ne mancano di nuovi, uno per esempio: «Get up, girl, and dress yourself / In clothes you love for a world you hate», da Dress Yourself, un’alt-ballad con tanto di pianoforte di assoluta efficacia. «Give me a new word / For that old pain inside of me», e un altro piccolo classico è servito.
Pare brutto specificarlo, ma la “corda” di Little Rope non serve a impiccarsi bensì a tirarsi su. Quella scintilla viscerale e identitaria che l’alchimia Browstein-Tucker è in grado di innescare si riscontra nella discesa agli inferi di Hell che, dopo una partenza minimale («Hell don’t have no worries / Hell don’t have no past / Hell is just a signpost / When you take a certain path»), esplode con fragore noise e ritornello a squarciagola: «Why like there’s no tomorrow». Si fanno apprezzare, rivelando maggiori strati di senso a ogni passaggio, anche il bridge maliziosamente nervoso di Needlessy Wild, i riff blacksabbathiani di Six Mistakes – dalla classica struttura-canzone S-K, in una sorta di ripresa delle radici – e le dissonanze di Small Finds, dalla quale è tratto il titolo Little Rope, oppure la velocità di Don’t Feel Right, sino all’imperiosa chiusura di Untidy Creature («But there’s too much here that’s unspoken / And there’s no tomorrow in sight / Could you love me if I was broken / There’s no going back tonight»).
Detto di tali brani, quelli che si riallacciano come accennato a un’asperità punk-rock d’antan, il lato indie pop emerge con maggior prepotenza melodica nel synth-inno da stadio Say It Like You Mean It («My heart is raw / Too many losses», mentre le elettriche lavano via tutto e il chorus arioso di Tucker si fa super catchy), in una Hunt You Down dal groove Eighties quasi in un’ipotetica scia Blondie-primi Franz Ferdinand, a dispetto di contenuti che lasciano il mood ben rasoterra («The thing you fear the most will / Hunt you down», presa in prestito dal poeta Thomas Lynch), e in una Crusader che gioca sull’intreccio sbarazzino delle corde («Forget the pain and let the drum bang out»). Brownstein ha spiegato: «Più canti qualcosa, anche se nel testo c’è dolore o tristezza, quando lo metti sopra a qualcosa che ti incoraggia davvero, può cambiare il significato di ciò che è, finché non trovi la libertà di lasciare andare quella grande paura».
Brownstein e Tucker sono autobiografiche e allo scoperto, come forse mai prima d’ora, proteggendosi le spalle a vicenda, anche se avevano già cantato per esempio la fine della loro relazione sentimentale in One More Hour, dall’altra pietra miliare che fu Dig Me Out nel 1997 – «If you could talk, what would you say?», si chiedevano l’un l’altra. Adesso si riappropriano del diritto di stare male, invecchiare, essere giù, rimanere sole, invocare supporto, fare fronte comune. Tornano a farsi guidare dalle emozioni, e noi torniamo a emozionarci nell’ascoltarle.
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