Recensioni

7.1

Per il loro decimo album in oltre venticinque anni di attività, le Sleater-Kinney trovano una chiave per accedere al proprio benessere tornando alla dimensione essenziale del duo, ovvero al fulcro della line-up composta sin dagli albori da Carrie Brownstein e Corin Tucker, da sempre complementari alle voci e ai fraseggi chitarristici, indissolubili nel loro sodalizio umano e artistico, empatico e intellettivo, in ogni senso elettrico, sulla falsariga di Lennon-McCartney, in versione ovviamente post-riot grrrl, per quanto ogni etichetta di genere o sottogenere si sia rivelata ben presto più che limitante nel percorso della premiata ditta.

Janet Weiss, ultima e senza ombra di dubbio più significativa batterista nella storia della formazione statunitense a partire dall’ingresso in pianta stabile nel 1997 dell’imprescindibile Dig Me Out, ha abbandonato la scialuppa all’indomani della pubblicazione del precedente lavoro di studio, The Center Won’t Hold del 2019, prodotto da St. Vincent, sul quale ci eravamo soffermati ampiamente in sede di recensione. Un lavoro non completamente riuscito in fatto di direzione stilistica, che ha non a caso diviso gli ammiratori di lungo corso, perché arrivato per giunta dopo un come back a dir poco trionfale come No Cities To Love, ma ad ogni modo caratterizzato da deviazioni coraggiose, orientate a un sound cupo e moderno, e sorretto da un songwriting privo di sostanziali cedimenti.

Se St. Vincent, all’anagrafe Annie Clark, continua a essere una spalla ideologicamente affine soprattutto per Brownstein (pensiamo al meta-film The Nowhere Inn, in uscita il prossimo settembre, da loro sceneggiato e interpretato), stavolta le Sleater-Kinney, per la prima volta in assoluto, svolgono addirittura in completa autonomia le mansioni dietro al banco dei comandi. Si rientra, insomma, in un’ottica votata maggiormente alla semplicità – con i riff in evidenza e i cantati così peculiari ad alternarsi con efficacia come avveniva già negli anni 90, ai quali si sommano le tastiere a fare spesso capolino – e a tratti addirittura votata a una certa classicità dalle timbriche calde, non quella esplosivamente Seventies dell’indimenticabile The Woods, caso mai una classicità capace di sposare tradizione per forza di cose Americana e retaggio punk-rock, collegandosi a tratti agli amici Wilco, con i quali le due si cimenteranno ad agosto in un tour in Nord America, oppure al supergruppo Filthy Friends capeggiato dalla stessa Tucker assieme a Peter Buck.

La title track, i singoli High In The Grass e Worry With You, Method, Shadow Town e la rabbiosa Complex Female Characters non saranno episodi rivoluzionari come ai tempi in cui ogni cosa era a fuoco, di certo no, eppure sono ottime canzoni, in grado di pacificare sia le loro autrici sia gli ascoltatori sugli standard di una generale soddisfazione. Registrato a Portland durante l’estate del 2020, mentre attorno imperversavano, come da note stampa e come da tristi cronache, «disordini sociali, incendi devastanti e una furiosa pandemia», Path Of Wellness è la risposta al presente di una delle band più amate e rilevanti degli ultimi decenni alternative rock – ed è anche la risposta al presente che stiamo vivendo: l’unione.

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