Recensioni

Per quanto travisamento, ogni forma di scrittura non prescinde dall’esperienza del proprio autore. Quindi Liminal – già dal titolo un chiaro rimando a qualcosa di intermedio, di interstiziale, di soglia –, appare come l’album più personale per Marco Giambrone, l’autore che si cela dietro la sigla Silent Carnival, e non solo perché scritto, prodotto, mixato in splendida solitudine e suonato col supporto di pochi amici musicisti (Marcella Riccardi aka BeMyDelay, Cesare Basile, il fido Alfonso De Marco).
Liminal appare, verrebbe da dire di conseguenza, anche come il più sofferto, o quanto meno, tornando ai travisamenti di cui sopra, quello in cui l’esperienza personale è meno celata rispetto al passato e anzi, appare eviscerata e (s)offerta in tutta la sua crudezza. Un disco più scarno, insomma, più intimista, più cupo per certi versi, quindi, ma che prosegue nel solco di una cifra musicale ormai più che personale, ovvero quella di un cantautorato notturno, sofferto, chiaroscurale, che abbraccia idealmente una galassia sonora le cui stelle del mattino sono Low e Black Heart Procession, Songs: Ohia e Matt Elliott.
Una galassia di cui Silent Carnival – esperienza giunta all’album lungo numero cinque – rientra di diritto per le atmosfere gravi e lente, ma al contempo struggenti e di un romanticismo evocativo e sofferto che riesce a intessere. E se My Blurry Life, l’album precedente uscito nel 2023, era “un percorso di messa a fuoco durante un periodo di perdita di senso di tutto”, Liminal sa di consapevolezza e di accettazione, con tutto ciò che ne consegue.
Non sappiamo nulla delle esperienze personali di cui andiamo scrivendo dalla prima riga, ma se Silent Carnival o Marco Giambrone riescono a fagocitarle, metabolizzarle e trasformarle in diamanti grezzi quali sono Song For A Mirror, Clouds o Daze – ma il discorso vale per l’intero album –, roba cullante, misterica, oppiacea, notturna, ipnotica, lynchiana e tanto altro, beh, per quanto possano essere difficili e segnanti, ben vengano.
La chiosa affidata a We Will Meet Again, poi, è qualcosa di inenarrabile a livello emotivo e in un mondo giusto meriterebbe di stare nel gotha di certe musiche.
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