Recensioni

Di solito alla title track viene affidato il compito di rappresentare l’intero lavoro, di fornirne una chiave paradigmatica o di addossarsi il senso del tutto. Nel caso di Somewhere, la canzone che dà il titolo all’album numero tre per la creatura di Marco Giambrone, siamo un passo oltre: Somewhere, il brano, non solo funge da perno ideale per Somewhere, l’album, ma segna trasversalmente anche tutta la poetica della sigla, quasi condensandola nei sette minuti di durata. Atmosfere plumbee e virate seppia (come nella splendida immagine di copertina), malinconia e struggimento a pacchi, paesaggi sonori umbratili, notturni, evanescenti e dal taglio sia cinematografico che poetico, oltre a una sensazione reiterata di “altrove”, di estraniamento, di fuga verso un qualche posto (dell’animo) alieno e distante che caratterizza da sempre l’esperienza Silent Carnival, ma che qui giunge a vette ineguagliate.
Pacifico che, con una title track del genere e viste le coordinate su cui si muovevano l’esordio omonimo e Drowning At Low Tide, questo terzo disco sia nella sua interezza una lunga sospensione onirica limitrofa alla visione, dato che ogni singola traccia sembra una intima rarefazione della realtà circostante trasfigurata nell’altrove citato in precedenza: le voci da processione siciliana che si dilatano nella processione sonora di Calvary o la sospesa, intima, eterea bellezza di Labyrinth, ad esempio, rendono appieno l’idea della astrazione del quotidiano messa in atto da Giambrone e soci – a Caterina Fede (voce, organo, harmonium, synth, autoharp, cymbals, percussioni, rumori) e Alfonso De Marco (basso, percussioni) si aggiungono Andrea Serrapiglio (viola in Like Gaming Cards, strings su Somewhere), Luca Serrapiglio (bass clarinet su Calvary), Stefano De Ponti (subtractive synthesis on choirs in Calvary) e Luca Swanz Andriolo (banjo su Somewhere); di quel viraggio seppia applicato a una musica che è alt-folk in accezione slow-core nell’essenza, pur dotandosi di un armamentario immaginifico molto più ampio, che permea l’intero disco. Un lavoro più “cantautorale”, se per cantautorale intendiamo qualcosa di più intimo e sentito, e decisamente più visionario, sempre umorale, al solito elegante e struggente.
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