Recensioni
I Sikitikis tornano dopo due anni di assenza con un disco, Le belle cose, che riprende il discorso là dove il precedente Dischi fuori moda lo aveva lasciato. Una ricerca in continua evoluzione, che prosegue spedita intorno a quei territori rock/psych che caratterizzano il gruppo fin dall’esordio (Fuga dal deserto del Tiki) e che si ritrova, declinata in più soluzioni – elettronica in primis -, anche in questo terzo album. Come a dire: la sostanza, l’essenza vera della musica dei Sikitikis è soprattutto nel riuscire a far convivere – rigorosamente senza chitarre – gli aspetti più contorti e straripanti del rock con un mix di generi che varia dal jazz al funk, dal punk al prog, senza mai tener conto delle categorie precostuite.
Il cocktail lo ritroviamo anche in Le belle cose, a cominciare dalla title-track, introduzione afrobeat trascinata dall’incedere funky dei synth, mentre La mia piccola rivoluzione continua su toni electro 80s uniti all’orecchiabilità del ritornello. La divertente marcetta di Soli, a cui partecipa la cantante reggae Sista Namely, è un surf-pop in acido subito rovesciato dalle pulsazioni ambient di un Aria in cui riecheggia la lezione dei Radiohead di Kid A. Si procede poi con La casa sull’albero e Hey tu!, altri episodi in bilico tra spensieratezza anni ’60 e tastiere, con la chiusa affidata all’anima latina di Amori stupidi, perfetto retro-pop italiano unito alla vocalità sempre incalzante di Alessandro “Diablo” Spedicati.
Le belle cose è un album che vive di citazioni – dichiarate, esplicite, riconoscibili – e che passa con grande disinvoltura dal cantautorato blues di Bennato e Rino Gaetano, ai classici di Celentano, alla fisicità del punk unita all’eclettismo del jazz. Il tutto legato, rimasticato e buttato fuori da quella massiccia dose di ironia e sberleffo che da sempre contraddistingue la band.
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