Recensioni

6.4

Primo titolo per la label torinese Casasonica, creatura di Max “Subsonica” Casacci,
e debutto anche per i palindromi SikitikiS, da Cagliari con sagacia, perizia
e un bel po’ di furore.

Sono quattro ragazzi dalla fisionomia affilata, autori di una proposta
dilettevole, grintosa, obliquamente nostalgica. Mettono a frutto un manipolo
di esperienze quanto mai eterogeneo (jazz, hardcore, progressive, noise…)
impastando materiali di recupero come se dovessero sfornare il panetto
lisergico definitivo: l’immaginario fumettistico (spy e sci-fi) e cinematografico
(noire-poliziesco italiano anni settanta) si stempera con un’imprevedibile
attitudine al modernariato pop e la verve del garage più atroce
(sempre sul punto di tracimare psych).

Per dire, a centro scaletta t’imbatti prima nella cospirazione MalgioglioMina di L’importante è finire (con
l’ironia – se c’è – tumulata sotto una coltre di vivido languore,
il basso piacevolmente eccessivo, le convincenti perorazioni di archi e
synth), poi in una stupefacente Metti un tigre nel doppio brodo,
sardonica marcetta a firma Franco Godi/Herbert
Pagani
(dal meraviglioso cartoon VIP, mio fratello
superuomo
) innestata alla radice dell’Italia post-caroselliana.

Prima e dopo, è un profluvio di raffiche electro punk a gola strinita
(Amore nucleare), aspre quadrature funk (Ricognizione),
yé-yé torbido e sfrigolante (Non avrei mai), scelleratezze
surf come una bagattella Jon Spencer (R’n’r
contest
), spurghi ironico/mysteriosi (Donna vampiro) e strali
di cybertango fuzz ( Umore nero ).

Spiccano due strumentali: la lugubre e siderale Milano odia: la polizia
non può sparare
(tema morriconiano per l’omonimo film del
’74 con un grande Tomas Milian) e l’exotismo noise della
title track, inquietante e didascalica tra cartigli poliziesco/spaziali,
pigolii electro e accelerate motorik.

Tocca però a La distrazione delle cose la palma del
miglior pezzo, col suo profilo psych-soul inquieto e scivoloso, il basso
cupo, l’organo quasi Floyd sullo sfondo, le tastiere
a rischiare orbite Air e la salmodia effettata come certe
volte, ahem, i Subsonica: ha il pregio, tra gli altri, di stemperare un
atteggiamento estetico d’insieme – da tarantiniani dell’indie
italico – che rischiava di somigliare troppo ad una posa, un abito da finti
arrabbiati, da loschi pulp.

Tirando le somme, riff d’organo che pesano e pestano, theremin
come sirene lunari, bassi che tralignano saturi, batteria coi controcoglioni,
la voce sempre sul pezzo a briglie tese, il gusto per certi espedienti
sonici che “agganciano” con brusca essenzialità. E –
incredibile a (u)dirsi – nessuna chitarra, come gli preme d’avvisarci
nel libretto.

Che dire, non è mai facile fuggire dal deserto, da qualsiasi deserto.
Ma è un’avventura degna d’essere raccontata. E senz’altro
piacevole da seguire.

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