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Sarebbe stato bello vedere i Sigur Rós presentare il nuovo lavoro Atta accompagnati dalla London Contemporary Orchestra composta dai 41 elementi, gli stessi con cui la band ha registrato il nuovo lavoro e con i quali ha suonato e suonerà in selezionate date di questo tour. Non è successo a Roma, nella prima delle quattro date programmate nel nostro Paese, le prime a percorrere lo stivale da Nord a Sud.

Di sicuro la formazione islandese capitanata da Jonsi ha fatto ciò che sa fare meglio in una location, capiente ma raccolta, perfetta per accoglierne il peculiare mondo sonoro, contribuendo alla riuscita di un concerto che inizia puntuale poco dopo le 21.

Le luci bianche, parte integrante dell’allestimento dello show da più di una ventina d’anni, si sono accese sul crescendo di Glosolì, canzone che non è mai mancata nelle numerose volte che abbiamo assistito ad un concerto della band (in Italia e all’estero). E la setlist pensata per la serata e il tour era di fatto un best of di carriera, concentrata sulle hit, se proprio così vogliamo definirle.

Non è mancata l’ipnotica e minimale Svefn G Englar, solitamente impiegata per aprire i concerti. Ma è in Festival che Jonsi e soci sono riusciti a coinvolgere tutti i presenti. Una sola canzone, Ylur, viene dall’ultima fatica, un disco che, come affermavamo in sede di recensione, “nasce dalle lacerazioni del presente, si mette in moto introspettivo e proietta in direzione dell’estasi”.

Il ritorno di Kjartan Sveisson (membro fondatore della band) ha fatto sì che il concerto si sia concentrato su () Untitled, e non a caso vista la centralità delle tastiere di quel disco. I quattro si sono raccolti attorno al tastierista creando un’atmosfera ancor più intima che ha raggiunto il climax in Untitled#1. La setlist, a dire il vero, non era troppo differente da quella proposta al Geox di Padova, dove il gruppo ha suonato nell’ottobre dello scorso anno. Ma più che una ripetizione del tour invernale, il concerto è la riprova della crescita e resa live dei quattro, spesa innanzitutto sotto l’aspetto teatrale e cinematografico, tra luci, strobo e suggestive immagini (che scorrevano alle loro spalle), senza che il lato più festoso, quello dei primi concerti, sia del tutto venuto meno.

Sotto quest’ultimo aspetto, c’è da dire che l’assenza del batterista Orri Pall Dyrason – unitosi al gruppo nel 1999 e costretto a lasciarlo nel 2018 dopo essere stato accusato di violenza sessuale da una fan via Instagram – si fa un po’ sentire, al contrario del turnista Ólafur Björn “Óbó” Ólafsson, scandiva il suono con un ritmo anche giocoso e, comunque, anche in sua assenza, e con il ritorno di Sveisson, la band è già rodata nei nuovi equilibri.

Il live capitolino si conclude così in bellezza, con l’esecuzione di Untitled#8 Popplagið, lasciando tutti soddisfatti, presenti e band. Il saluto prevede il doppio inchino dei tre raggiunti dall’attuale batterista (il sopracitato Ólafsson) per un concerto che ha mancato solo dell’orchestra di cui sopra. Poco male.

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