Recensioni
Sharon Van Etten & The Attachment Theory
Sharon Van Etten & The Attachment Theory
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Stefano Solventi
- 12 Febbraio 2025

Finora Sharon Van Etten si è distinta per una strisciante inafferrabilità. Se c’era un difetto nella sua musica andava individuato in una specie di inconsistenza, quasi che originasse da una passione anche generosa e senz’altro sorretta da un certo talento, però oserei dire non troppo convinta, quasi che fosse una modalità transitoria del suo esprimersi, un prestarsi. Sensazione rafforzata dalla sua presenza nel cast della serie The OA prima e poi nel film Mai raramente a volte sempre: che la recitazione fosse la sua reale vocazione? Che fosse un recitare anche ciò che di lei sentivamo?
Va detto che questo non le ha impedito di portare avanti una carriera musicale più che dignitosa e a tratti molto buona, oltretutto permettendosi di spostare il baricentro stilistico da un iniziale indie-folk a forme via via più maculate e intrise di riferimenti wave, per infine ricollocarsi in una zona popolata da visioni ologrammatiche 80s, ovvero pervase di quella strana aura tra il crepuscolare e l’adrenalinico che caratterizza tanta nostalgia anni Zero e seguenti.
Comunque sia, dopo aver consolidato la posizione coi riusciti e tutto sommato fortunati Remind Me Tomorrow (2019) e We’ve Been Going About This All Wrong (2022), eccoci al lavoro numero sette (il quinto per Jagjaguvar), dal cui titolo già s’intuisce che qualcosa è ulteriormente cambiato: Sharon Van Etten & The Attachment Theory sarebbe a tutti gli effetti un album omonimo, perché la cantautrice nativa di Belleville si presenta stavolta in forma di band (un quartetto formato assieme a Jorge Balbi, Devra Hoff e Teeny Lieberson), tra l’altro affidando la produzione all’ottima Marta Salogni (ancora giovane ma con un curriculum già strepitoso, nel quale spiccano le collaborazioni con M.I.A., Depeche Mode, Black Midi, Björk, Animal Collective e Porridge Radio, solo per citare qualche nome). Quello che ne esce è una scaletta di dieci pezzi in cui fragranza, intensità e raffinatezza conferiscono a Van Etten una consistenza inedita.
Rispetto a ciò che sentiamo, c’è una effettiva corrispondenza con quanto dichiarato in fase di presentazione del disco, ovvero che a partire dalle prime fasi di lavorazione l’approccio è stato volutamente più immediato, all’insegna addirittura di un “Potremmo semplicemente improvvisare?”. Questa angolazione – come dire – ventrale conferisce una fibra sanguigna a trame sonore che rivisitano varie declinazioni wave e synth-pop, fornendo cornice e brodo di coltura adeguati a testi che insistono su un generale senso di spaesamento esistenziale ed emotivo nella centrifuga del presente, a partire da quella Live Forever che vaporizza un’angoscia strisciante (“What keeps you up nights?”) tra atmosfere acriliche e ombrose, spingendosi in sella al basso gommoso e all’arpeggiatore dalle parti di certo lirismo onirico Goldfrapp. Trepidazione che avverti anche nella successiva Afterlife – dedicata alla memoria di un fan – malgrado si consumi entro il perimetro rassicurante della ballad pop-rock tutta pulsazioni cibernetiche ed esotismi pastello anni ‘80, quasi da Blondie sotto sedazione Moroder. Insomma, è fin da subito un album emotivamente caldo e denso, oltre che spiccatamente nostalgico. Ma di una nostalgia che sa scavare bene nel qui e ora.
Su questa falsariga, modulando riferimenti stilistici e tensione, la scaletta si sviluppa con notevole ispirazione, tra una Trouble (portatrice sana di uno dei versi più azzeccati: “All the stories that I can’t tell/Watered down versions of my own hell”) che sbriglia piglio febbrile in scia a una chitarra affilata tanto da far pensare a dei The War On Drugs in immersione Florence And the Machine, e una I Can’t Imagine (Why You Feel This Way) dal piglio wave-funk androide e ormonale che sembra quasi fare il verso a St. Vincent, o ancora si prenda una Somethin’ Ain’t Right con la sua cassa dritta e l’ostinato di synth per un’agile ibridazione tra OMD e New Order, oppure quella Idiot Box (il tema è l’ossessione per gli smartphone: “All that skin against the glass/All these things we think we lack/All this time we can’t get back”) tutta chitarre nervosette a strigliare un mid tempo post wave, dotata di un abbrivio trascinante che ricorda certe cavalcate Arcade Fire.
La parte finale della scaletta prevede una specie di dissolvenza atmosferica, prima con la cortina sonora crepuscolare di Southern Life (What It Must Be Like), in cui Van Etten azzecca un registro laconico e strascicato particolarmente espressivo (a cui credo l’esperienza da attrice abbia giovato), poi con una Fading Beauty (“Darkening skies/No devices/We’re walking on air”) il cui loop atmosferico digitale accoglie gocce di piano, vaghe pennate di chitarra e spazzolate jazz per confezionare una ballata arty dal sorprendente retrogusto Jeff Buckley, infine con una I Want You Here nella quale torna ad affiorare lo spirito dei New Order mentre il canto orchestra un convincente crescendo dalle venature blues.
Se non era facile confermarsi, era ancora più difficile rilanciare: ma Sharon Van Etten ce l’ha fatta, ha oltrepassato se stessa consegnandosi (parzialmente) a una dimensione da band che la rende padrona del proprio linguaggio musicale più di quanto non sia mai stata. Quella strisciante sensazione di “farci” sembra digerita a favore di un “esserci” che conferisce sostanza e densità a un album peraltro accattivante. Album che invita ad aggiustare la prospettiva in cui inquadrare la sua discografia e conseguentemente farle scalare qualche posizione in una ipotetica classifica dei musicisti più importanti del frangente che stiamo vivendo.
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