Recensioni

Gli shame hanno sempre vissuto di contraddizioni: rabbia e ironia, teatralità e urgenza, caos e controllo. Cutthroat, quarto album in carriera e primo con John Congleton in cabina di regia, si presenta come il loro lavoro più dichiaratamente “incendiario”: una corsa sfrenata senza freni, un “joyride” come lo definiscono loro stessi nella cartella stampa. Eppure, ad ascoltarlo con attenzione, nonostante l’energia rimanga intatta, qualcosa sembra diverso: la furia degli esordi lascia più spazio alla forma, l’irruenza si piega a un linguaggio più ordinato, quasi levigato.
Non che l’album manchi di brani forti: il singolo Cutthroat sintetizza bene il gioco tra arroganza e fragilità, con Steen a metà tra predicatore e dandy wildeiano, e un groove che sembra ereditare dal dance-punk dei Klaxons o dalla tensione dei Gang of Four. Quiet Life gioca su un riff rockabilly sporco e minaccioso, che sembra un incrocio tra The Gun Club e The Cramps, pensato per incendiarsi dal vivo (si veda l’ultima data italiana al Color Fest per credere). Axis of Evil (così come la precedente Lampião) osa nel flirtare con synth ed elettronica, aprendo un inedito spiraglio verso territori à la Depeche Mode o New Order più oscuri. Spartak, invece, ondeggia con un passo country-Americana che ammicca ai Wilco, salvo poi ritrovare la tipica ironia corrosiva della band.
Eppure, rispetto a Songs of Praise o alla tensione di Food for Worms, Cutthroat sembra un passo più accomodante. Alcune tracce rischiano di scivolare verso un territorio indie-rock più rassicurante, in cui il suono abrasivo e scomodo di un tempo si attenua fino a ricordare, qua e là, band più innocue come i Vaccines. Non è necessariamente un difetto — il disco resta energico, diretto, a tratti trascinante — ma segna un cambiamento di equilibrio: meno caos organizzato, più lucidità.
Gli shame restano una delle band più interessanti della loro generazione, e Cutthroat è la prova che anche all’interno di un linguaggio consolidato ci sia ancora spazio per sperimentare. Ma invece di bruciare tutto per ricostruire da zero, questa volta hanno scelto di limare e mettere ordine. Il risultato è un album che funziona, suona bene e ha una resa live esplosiva, ma che dà anche la sensazione di una “pausa di riflessione”: non un tradimento della loro identità, piuttosto un momento di assestamento, prima — chissà — di un nuovo scatto in avanti.
Amazon
