Shame
Shame, foto per la stampa (2025)

Shame, ritorno all’istinto: «Cutthroat è il disco più crudo che abbiamo fatto»

Come sarà il prossimo Monitor Festival, che si svolgerà in due giorni a Torino il 10/11 luglio? Raccogliere la difficile eredità dell’ormai defunto TOdays non sarà facile, ma il patron Gianluca Gozzi doveva in qualche modo ricominciare, e stavolta si muove in totale autonomia, senza l’arma a doppio taglio dei finanziamenti pubblici.

Se da una parte la rivendicazione della parentela con la precedente manifestazione è evidente (il sottotitolo di Monitor recita “A two-days festival”: claim geniale), altrettanto esplicita è l’intenzione di ripartire da zero e con la giusta dose di ambizione, il titolo essendo una crasi di Mondo-Italia-Torino. Il cartellone di questi due giorni non è, onestamente, ai livelli stellari delle precedenti edizioni del TOdays, ma offre come sempre spunti stimolanti e nomi tutti da scoprire: accanto a headliner di tutto rispetto come shame e Arooj Aftab, sarà interessante verificare la sostanza live di gente come Yīn Yīn, Luvcat, Cherry Pies o perfino Maria Chiara Argirò.

Si può essere certi, al contrario, della resa dal vivo degli shame (iniziale rigorosamente minuscola), a conti fatti una delle band più longeve e convincenti dell’ondata post punk made in UK. Si fecero notare dal pubblico del TOdays in una passata edizione, quella del 2021, in un concerto straordinariamente energico e anche inaspettatamente pirotecnico (il bassista Josh Finerty è un pazzo furioso che fa le capriole sul palco senza smettere di suonare: qualità atletiche invidiabili…). Abbiamo quindi colto l’occasione per fare due chiacchiere con il frontman Charlie Steen, per parlare del gruppo, del post punk e del nuovo disco, che si chiama Cutthroat e uscirà a settembre.

Siete stati una delle prime band a essere etichettate come post punk, col vostro primo disco Songs of Praise, del 2018. Vi siete ritrovati in questa definizione, che è poi diventata un’etichetta di comodo per definire un po’ di tutto?

Onestamente, non lo so. Cioè, penso che le band post punk potessero essere tipo i Gang of Four, che erano degli anni ’80. Usare questo stesso termine 40 anni dopo è un po’ strano, indubbiamente. Ma in realtà non mi importa molto come la gente ci chiami, potrebbe chiamarci jazz o altro, come preferisce. Penso che siamo semplicemente gli shame.

In effetti avevo pronta un’altra domanda a proposito del post punk: come mai in Inghilterra una decina di anni fa è esploso questo fenomeno presso ragazzi giovanissimi come voi, facendo tornare popolari certi riferimenti musicali che potevano essere quelli dei vostri genitori?

Indubbiamente rispetto a quei riferimenti è davvero passato tanto tempo. E sinceramente non so perché è successo, ma grazie a Dio è andata così. Perché in realtà quando abbiamo iniziato, il post punk era davvero poco cool. Insieme a noi c’erano pochissime band che potevano entrare nella scena: Fat White Family, Palma Violets, Childhood, Wolf Alice, forse i Peace, cose del genere. Erano circa cinque. Ora potrei nominarne probabilmente 500. Non mi pongo troppe domande: penso sia venuto dal fatto che, credo, la gente della nostra generazione stesse semplicemente cercando un modo di dire la propria verità. Penso che sia una forma d’arte accessibile a persone che non sanno suonare o cantare molto bene.

Insomma una risposta genuina, spontanea.

Esatto, e quindi penso che sia destinata a tornare sempre, ciclicamente. Anche perché credo che ci sia molto da dire in questo momento in politica e nella società, e cose del genere. E penso anche che sempre più persone vogliano andare a concerti e festival e vedere qualcosa dal vivo, perché gran parte di ciò che vediamo è su internet e su Instagram e Netflix. E quindi penso che stare su un palco e suonare dal vivo sia importante, e questo tipo di musica si adatta molto bene all’esperienza live.

Infatti mi chiedevo se vi considerate più una band da concerto che da studio…

Suonare dal vivo ci piace molto, e proprio perché suoniamo molto più dal vivo che in studio, personalmente direi che siamo più una band da concerto. Tuttavia per rispondere alla tua domanda penso che dipenda da chi chiedi nella band.

Parliamo allora della vostra produzione discografica. Rispetto al vostro primo disco, c’è stata un’evoluzione che si percepisce molto soprattutto nel vostro penultimo album, Food for Worms (2023), che è più lavorato, più contaminato su diverse matrici stilistiche. Il disco nuovo, che ho sentito un paio di volte stamani, mi sembra molto più grezzo e potente, una sorta di ritorno all’energia pura degli esordi. È così?

Credo che questo faccia parte della nostra evoluzione sonora. Non so esattamente, ma voglio dire, ho 27 anni, questo è il nostro quarto disco; quindi, penso che sia naturale che vogliamo sempre provare qualcosa di diverso e vedere cosa succede. Devi farlo per poter crescere. Le canzoni di questo disco non avremmo potuto scriverle per il penultimo o il secondo album; era questo il momento giusto. E tutto questo viene semplicemente dall’esperienza maturata nei concerti, e ovviamente dai dischi precedenti, dei quali siamo tutti molto orgogliosi.

Considera poi che quando suoniamo dal vivo, vogliamo che sia un vero spettacolo rock. E per farlo dovevamo prendere in prestito brani da Songs of Praise, il primo album, per alzare il ritmo quando io e Josh facevamo la scaletta. E allora ci siamo detti: perché non scriviamo un album più veloce? Sarebbe anche più divertente. Abbiamo anche fatto un tour con i Viagra Boys, e credo che ci sia un po’ di influenza da parte loro: abbiamo visto quanto fosse divertente il loro show, e penso che volessimo arrivare a un punto per questo album in cui il live possa essere il più crudo ed energetico possibile. E penso che con questo album ci siamo riusciti.

La cosa buona di questo album è che non sembra troppo pensato; e neanche troppo prodotto, come piace a me: una serie di take libere e poco più. Quando sono entrato in studio, la mia intenzione era di catturare la nostra atmosfera dal vivo, pur pensando che l’album e il live siano due cose diverse; ma penso che questo disco rappresenti proprio il live show.

Puoi evidenziare alcune canzoni di Cutthroat che consideri particolarmente importanti dal punto di vista della band?

Lo farò dal mio punto di vista, perché ognuno ha gusti diversi, sai, e io ho sempre preferito canzoni abbastanza semplici, dirette. E quindi mi piacciono molto Spartak, Quiet Life, Lampião e Nothing Better. E Cowards Around. E uh, Screwdriver. Mi piacciono tutte, sai? Ah, ah! Ma penso che Spartak come canzone sia un buon esempio.

Mi sembra anche che i testi siano molto ironici e pungenti…

Metà dell’album parla di paradossi. È una sorta di satira su personaggi che potrebbero essere né buoni né cattivi, che sono personaggi in conflitto, contraddittori. Non necessariamente “buone persone” in senso stretto, ma cos’è una buona persona, tu lo sai? Invece l’altra metà mantiene lo spirito del primo album, che invece di essere un’autocommiserazione tipo “povero me”, è più un “fottiti”. Dedicato ai perdenti, ai freak, agli strani, a chi non si sente a proprio agio, per fargli abbracciare le proprie insicurezze e trovare forza in esse. In questo la canzone Spartak è un buon esempio.

Un altro esempio è Plaster, pezzo che ho scritto pensando principalmente al film Nora, in cui la protagonista è una ragazza che potrebbe essere definita egoista perché fa quello che vuole… ma per la quale si finisce col parteggiare. E questo è più interessante che definire semplicemente il “buono” e il “cattivo” in un film; mostra una persona vera, più reale, con i suoi difetti e le sue contraddizioni. E penso che ci sia un bel po’ di ironia in tutto questo.

Pensi che scrivere un disco come questo, parlando soprattutto di paradossi e ironizzando spesso e volentieri, possa essere considerato un’affermazione politica? Soprattutto in relazione al mondo assurdo in cui viviamo di questi tempi?

In astratto, credo che un disco possa assolutamente essere una dichiarazione politica; basta pensare a Graceland, o ad artisti come NWA, Bob Marley, oppure ai Kneecap, se vogliamo citare qualcosa di attuale. Non credo che questo album lo sia, il suo contenuto è più sociale che politico, riguarda più singoli individui o personaggi. Ma chissà che non ci evolviamo in quella direzione.

Cosa vuoi dire al pubblico italiano per invitarlo a venire ai vostri concerti?

Vogliamo semplicemente divertirci, noi insieme al pubblico, e perché non fare quello che vuoi fare?

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