Recensioni

7.3

A distanza di tre anni dal precedente Primal FormsSam Shackleton e Wacław Zimpel (su etichetta K7!) tornano a esplorare i medesimi panorami dilatati e estatici, psichedelici e minimalisti, questa volta nobilitati e arricchiti anche dalla voce indostana di Siddhartha Belmannu. 

Sia Shack che Zimpel (soprattutto il primo) hanno avuto un anno piuttosto interessante in termini di pubblicazioni. Ricapitolando: in Death by Tickling Shackleton trova in Scotch Rolex il compagno d’avventura ideale per “oscillare tra riti ancestrali e musica cosmica, esoterismo e freakadelia”, il più recente The Other Side of Devastation (pubblicato sotto l’alias The Purge of Tomorrow) ci consegna il britannico in una veste ancora esoterica e mistica, quasi curativa, attraversata qui da percussioni in stile gamelan e ipnotiche perturbazioni elettriche, mentre Choose Mortality (collaborazione con Heather Leigh sotto il moniker Flesh & the Dream) espande in un rivolo folk avariato le esplorazioni psichedeliche del nostro. Zimpel dal canto suo, nel secondo disco solista Train Spottersi cimenta massicciamente con pennellate elettroniche e samples per descrivere il suono della città di Varsavia.

In the Cell of Dreams si inserisce in questo ricco contesto espandendo la precedente collaborazione dei due – su queste pagine recensita da Pifferi. Si comincia dall’infinita The Ocean Lies Between Us, con un tappeto circolare orchestrato da Shackleton su cui i raga vocali di Belmannu tracciano cerchi concentrici nell’acqua, fin quando non intervengono i droni orchestrati da Zimpel a caricare la suit di tensione. Everything Must Decay e Relics of Our Past si dipanano su binari simili: più movimentata e sinuosa la prima, che cresce fino a infrangersi in un pianoforte, più strettamente drone la seconda, che sintetizza e fonde approcci musicali diversi che vanno da oriente a occidente, con una misura ambient/proto post-rock nell’attenzione a ogni strato sonoro, fornendo un risultato tanto ricco quanto essenziale.

Durante una scaletta che, in tre tracce si dipana per quasi un’ora, a tratti sembra di viaggiare nelle texture degli Stars of the Lid lasciati in play su uno stereo di una sala dove qualcuno suona gamelan, a tratti ancora l’hindu sembra riallacciare i nodi indoeuropei con il ceppo germanico e trasportare in suites orchestrali di inizio ‘900.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette