Recensioni

7.4

Nonostante guardi ad altri mondi, sembra essere tornato con i piedi sulla terra, Shabaka, nel senso che, archiviati i liquidi astrattismi del precedente album Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace, il nuovo lavoro di studio Of The Earth lo riporta a fare i conti con varie “radici”: dal sax, il suo strumento d’elezione, momentaneamente messo da parte a vantaggio dei flauti, comunque sempre presenti ad ampliare la tavolozza cromatica, al ritmo, quello che contrassegnava d’altronde importanti esperienze di gruppo come Sons Of Kemet e The Comet Is Coming.

L’elegante e stratificato ordito di avant-spiritual jazz, afrobeat ed elettronica trova ulteriore linfa, come si intuisce dalla scelta di pubblicare il tutto per la propria etichetta, Shabaka Records, con distribuzione Warp, dopo il prestigioso rapporto con Impulse! Records, e dalla volontà di mettersi più che mai in gioco, dato che la dozzina di tracce in scaletta è stata per la prima volta interamente composta, eseguita, prodotta e mixata per conto proprio, senza bisogno di ospiti altisonanti.

Quindi c’è modo di godere di loop e altri escamotage dietro ai bottoni, come nella sottotrama cosmic ambient dell’iniziale A Future Untold, a spalancare infinite, celestiali possibilità, e negli scatti urban di Step Lightly, così come delle cadenze tribaleggianti di Dance In Praise e Marwa The Mountain, ma anche dell’intreccio fra melodie e sperimentazione di Those Of The Sky, oppure delle epiche corde post-barricadere di Call The Power. Una celebrazione, a detta del diretto interessato, della libertà applicata all’auto-espressione creativa e alla più totale indipendenza che ha tratto insegnamento in particolare da Brown Sugar di D’Angelo.

Se non bastasse, il musicista britannico si cimenta per la prima volta al microfono, in prove rappate influenzate dichiaratamente da André 3000, tra i collaboratori del succitato Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace: accade in Go Astray, a professare la non-violenza, e nel semi-spoken di Eyes Lowered. In un’annata già ottima per l’ampio (sotto)genere (pensiamo a Backengrillen, Bellbird, The Messthetics & James Brandon Lewis…), qui più che di una qualche forma di free jazz si potrebbe parlare direttamente di un free Shabaka Hutchings, nella sua versione in solo cioè più personale, comunicativa e varia. 

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