Recensioni

Da un lato c’è Carla Bozulich e l’attenzione tutta italiana nei suoi confronti, ricambiata da una serie inesauribile di live su tutto il territorio nazionale. Dall’altro ci sono Serena Alessandra Altavilla, Mirko Maddaleno, Lorenzo Maffucci e Graziano Ridolfo, che dal 2004, con il nome di Baby Blue, battagliano sui palchi più desueti d’Italia, nel più classico dei pellegrinaggi rock, quelli che dal garage portano ai tour carbonari e militanti degli ultimi figli del punk. L’incontro, in quel di Firenze, tra la musicista californiana e la band di Prato, porta ad un turning point fondamentale per quest’ultima, che ne esce con una pelle completamente nuova, un sound rivisitato e un disco che rappresenta il primo passo verso un percorso del tutto rinnovato.
La Bozulich registra Blue Willa insieme a Davide Cristiani presso il Bombanella Soundscapes di Maranello (MO) tra marzo e aprile 2012, con successive puntante in fase di mastering nientemeno che a Dharamsala in India e al Jitterbug Studio di Parigi. Il suono finale è denso, carismatico e ad altezza d’America, in un modo che va a fare il paio con Memories For The Unseen dei Mimes Of Wine rappresentando un po’ la punta di diamante di un modo di suonare rock, in Italia, finalmente sintonizzato sull’attualità globale del post-2000. Ergo i Blue Willa escono allo scoperto unendo il proprio retrogusto punk-blues con le manie apocalittiche della Bozulich del dopo Evangelista.
Il suono dei Baby Blue aveva già ascendenze traditional a sufficienza per tirare in ballo i vecchi Geraldine Fibbers e Scarnella. L’unione con le trovate della musa californiana porta a brani come Eyes Attention e Fishes, che sono un po’ come suonerebbe Evangelista avendo venti anni di meno: tirate visionarie, ritmica irregolare, cori di ubriachi, urla teatrali e chitarre calde, acide, avvolgenti. Tambourine è il caso emblematico della prima parte del disco. Un brano che prende a schiaffi i vecchi Gowns, animato da tutta una teatralità inedita oltremanica, forte com’è di ascendenze mediterraneo-balcaniche. Quello dei Blue Willa è anche un suono che si riallaccia molto ad un’idea di indie rock anni ’90.
Moquette è una ballata sbilenca che ricorda i primi Devics, di cui i Blue Willa riprendono un gusto retrò per le torch songs; altri vertici sono la multiforme Rabbits, con la Altavilla che si addobba a regina di un regno dimenticato o abitato da fantasmi, e la magnifica Cruel Chain, che unisce Stooges e Little Annie. Un solo disco forse è poco per farsi un’idea di come procederanno d’ora in avanti i quattro Blue Willa e, del resto, la longa mano della Bozulich – soprattutto di tutta la sua effettistica in fase di mastering – è forse troppo evidente sul disco. Con un esordio del genere, comunque, c’è da essere quanto meno ottimisti.
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