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Tellier l’ha sempre avuta tra le sue caratteristiche: quell’irreprensibile e maniacale passione per la musica da pellicola, che, nella mente arzigogolata del compositore francese, si trasforma in pacchiana e smisurata (diciamo pure pop) passione per il lussureggiante, per lo sfarzoso, per l’epico. Dopo aver dato alla luce l’illuminato My God Is Blue, in cui il misticismo e il visionario erano parte integrante del processo creativo dell’istrionico cantautore, che, alla fine optava per soluzioni pop, sexy folk e, sempre più spesso, electro funk, il nuovo Confection sembra gettare lo sguardo più indietro, verso i primi lavori, come Politics o L’incroyable vérité, dove Seb giocava a fare il Bacharach della nostra generazione.

Concepito come colonna sonora di un film, Confection è una vera e propria pièce suddivisa in quattordici brani, legati – come accade ormai di consueto quando si parla di Tellier – dal filo conduttore dell’amore, della sessualità e della sensualità. In pieno french-style, dunque, la scelta di cominciare  con un Adieu molto Nouvelle Vague. Come dire: il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte da un eterno sopore malinconico, che si intromette nelle partiture d’archi di questo spericolato esperimento. La produzione è all’altezza del progetto: Tony Allen (già con Fela Kuti e con lo stesso Tellier per La Ritournelle) alla batteria, Robin Coudert (già turnista dei Phoenix) alle tastiere e Emmanuel D’Orlando a curare i complessi arrangiamenti degli archi. Archi che, com’è ovvio quando si parla di soundtrack, hanno un ruolo decisivo nel dipanare la matassa, tanto da spingere Seb a presentare l’album in anteprima in uno spettacolo con orchestra a Parigi.

Difficile tentare di cogliere i brani svincolati dal fine unico di costituire questo nostalgico tramonto orchestrale. C’è ovviamente il tentativo di avvicinarsi sempre più ad un’epifania che non ha bisogno di parole per rivelarsi. Tutti i brani, tranne L’Amour Naissant, sono strumentali e, se da una parte (Adieu, Adieu Mes Amours, Coco, Coco Et Le Labyrinthe) si avvicinano all’esperienza del maestro Ennio Morricone, nel suo capolavoro C’era una volta in America, dall’altra (Hypnose, Delta Romantica, Curiosa) applicano un certo straniamento che si muove verso i territori di un altro grande delle colonne sonore, Angelo Badalamenti. Il trittico de L’Amour Nassaint è l’ideale equilibrio di queste due scie. Waltz è, invece, il brano fuori luogo, concepito forse per una scena particolarmente gioiosa. Risuona, in fondo, la sensazione di avere a che fare con una citazione di qualche piéce di Danny Elfman, il quale (anche lui), ha nel portfolio un bel po’ di atmosfere sognanti e malinconiche; basti pensare a film come Big Fish, Will Hunting, L’amore che resta.

Il rischio blasé è sempre dietro l’angolo. L’operazione può suscitare in alcuni sensazioni rivelatrici, sentimenti forti, lacrime, stupore, ma può facilmente innervosire altri. Il motivo è da ricercare nell’indole dello chansonnier, che è portato sempre a preferire il pomposo, il barocco, l’altisonante, il sopra le righe, il neoclassico. Chiaro che è una facoltà lecita, tanto che si potrebbe associarla agli esperimenti (ok, anche quelli di gusto controverso) sul kitsch di Jeff Koons e simili. Quel che rimane sul nastro è una personalità multiforme, che ha voglia di mettersi in gioco e provare a percorrere tutti i sentieri che ha a disposizione. Lo fa con il santino di Gainsbourg accanto al microfono e la stessa poca coerenza che è propria del pop. Meglio di così. 

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