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Corrono i personaggi di Sean Baker. I loro sono corpi in movimento, impossibili da fermare, impossibili da bloccare nello spazio di una cornice cinematografica. Corrono i personaggi di Sean Baker, e se non lo fanno, danzano, ammiccano, camminano lungo arterie stradali per cercare la verità, o forse per cercare se stessi. Anora (Mikey Madison) corre, cammina, danza e picchia; picchia forte. È una tarantola impossibile da tenere ferma. Come i suoi predecessori cinematografici, anche la stripper che presta il proprio nome all’ultimo film del regista americano (Palma d’oro al Festival di Cannes) viene dal mondo degli ultimi, degli ignorati, fauna umana di un habitat tenuto nascosto tra le luci stroboscopiche di un locale.

Ma chi è Anora? Anora – ma lei preferisce essere chiamata Ani – è una giovane americana di origine russa esperta in lap dance che porta i clienti nei privé offrendo loro servizi extra a pagamento Un giorno conosce Ivan, figlio unico di un oligarca russo che per inesperienza, e la fomentazione del momento, si lascia ammaliare dalla bellezza e sensualità della ragazza. Le cose fra i due ragazzi vanno così bene che decidono di sposarsi a Las Vegas. Ma i genitori di lui non sono affatto d’accordo, e mandano una piccola “squadra di intervento” a recuperare il figlio dissennato. Il resto è una caduta umana forgiata di umorismo e risate amare, che strizzano l’occhio alla trilogia de Una notte da Leoni, dei film dei Fratelli Sadie e, ovviamente, dello stesso Baker.

Anora
Mikey Madison e Mark Ėjdelštejn al casinò

Forse non è alla ricerca di una scappatoia Ani; non intende essere una Cenerentola da portare in salvo. Un po’ sognatrice, un po’ abituata a quel mondo che la trattiene, spingendola a muovere il proprio corpo per creare piacere a un pubblico maschile, nella giovane vivono strascichi evidenti della Julia Roberts di Pretty Woman. Ma è una versione del tutto ribaltata del personaggio di Garry Marshall quella di Anora; certo, anche per la ragazza il mondo del lusso e della ricchezza sfrenata, si tramuta per puro caso in un lasciapassare verso un universo a lei altrimenti proibito. Ma non passerà molto prima che l’incantesimo si spezzi, e Ani ritorni a sbattere il proprio corpo su quell’asfalto freddo, disincantato, da cui è stata generata. Ma non ha bisogno di una scarpetta da perdere, e con essa ritrovare il proprio principe azzurro, la protagonista di Baker. La sua è una rivendicazione personale e del suo essere femminile in cui l’uomo fa da vettore, viatico privilegiato all’accettazione di se stessa e della propria personalità. Conosce il potere del suo corpo, lo sfrutta fino all’ultimo, e quando non può elevarlo a strumento di coercizione e potere, usa la sua forza mentale, la sua autodeterminazione, per schiaffeggiare un patriarcato che tenta di zittirla, bloccarla, metterla in un angolo. Un patriarcato vuoto, superficiale, egoista e viziato, proprio come il figlio di un oligarca russo (Ivan) che Ani crede di amare, per poi finire di disprezzare.

Corpo e mente; occhi e labbra; mani che provocano piacere, e gambe che corrono veloci: non è un caso se le (poche) riprese ristrette su primi piani chiamati a cogliere l’attimo di un momento, siano riservati allo sguardo languido, e innocente, provocatorio e innocente di Anora. Ma come Baby in Dirty Dancing, anche Ani non intende essere messa in disparte; Ani non vola, ma danza, conquista, e poi tenta di rialzarsi per non abbattersi.

Anora
Anora – una scena a Las Vegas

E proprio perché ogni suo gesto, ed emozione, è frutto e conseguenza di quanto compiuto, detto e fatto da uomini che come lupi irrompono nella sua vita, per poi tramutarsi in agnellini, Sean Baker non isola i suoi personaggi, ma li coglie insieme, tessere di un puzzle pronto a dividersi e frantumarsi. Dopotutto, quella di Anora è una corsa contro il tempo, una fuga illusoria verso una vita migliore che la donna insegue fino alla fine, tentando di tenersela vicina. Eppure, in questa Odissea contemporanea, la cinepresa di Baker non traballa, anzi, resta piuttosto immobile, soprattutto se paragonata a quanto compiuto in precedenza; a perdere l’equilibrio ci pensano infatti i suoi personaggi, uomini e donne carichi di umorismo incosciente, e gettati in un caos che non sanno controllare. Il regista si limita a immortalarli, senza per questo perdere quell’allure neorealista che contraddistingue uno stile che adesso si fa ancora più maturo e accessibile a un pubblico generalista. Restano i sex worker à la Red Rocket e Tangerine, restano gli umili e sognatori di Un sogno chiamato Florida, restano mondi tenuti ai margini della società, abitanti di una periferia che li nasconde dal lusso, dalla ricchezza, da quel mondo che Anora assapora, abbraccia, ma da cui viene ben presto privata.

Anora entra di diritto nella galleria umana costruita da Sean Baker; una pinacoteca in 35mm di volti dipinti con fare realistico, sincero, onesto, così da rendere credibili anche attimi e momenti vicini al parossismo. Un’onestà di racconto resa possibile anche dalle performance coinvolgenti, e abbaglianti, dei propri protagonisti. Mikey Madison (qui nel suo primo ruolo da protagonista) sfoggia una naturalezza interpretativa che in poche possono vantare; la chimica con Mark Ėjdelštejn è tangibile, elettrizzante, ma è soprattutto nel momento in cui l’attrice si pone in contatto con Brooklyn, Coney Island, e parti di una New York che si svela in una notte che tutto ingoia nel buio tagliato da luci artificiali, che Madison stringe un ulteriore punto di contatto con quella che è a tutti gli effetti una protagonista urbana e cosmopolita della pellicola.

Certo, anche in Anora la periferia c’è, viene suggerita (basti pensare alla residenza di Ani), ma mai effettivamente sottolineata. Tutto è racchiuso in “non luoghi” di puro divertimento, dai club di striptease, ai casinò di Las Vegas; una scelta non causale, ma volta a sottolineare una superficialità di sentimenti e relazioni solo apparentemente effimeri, che dentro di sé raccolgono invece pura e innocente verità. E così, anche le luci si fanno meno naturali, e più artificiali, come illusoria è la ricchezza sfiorata da Ani, e un matrimonio che dietro a un sentimento reale da parte della giovane, cela una frivolezza tipica di un giovane viziato, che tutto ha senza sforzarsi, tutto possiede senza volerlo veramente.

Anora
Anora con la fede matrimoniale

Le pagine della favola americana, tra le mani di Baker, si fanno raccoglitori di inchiostro sbiadito, fogli ingialliti pronti a essere appallottolati, gettati e riscritti. Una riscrittura irresistibile, sebbene l’epilogo venga appesantito da dialoghi e sequenza del tutto sacrificabili ed evitabili. Ciononostante, come per Un sogno chiamato Florida, il regista smonta la struttura classica della fabula, la decostruisce per orientare l’attenzione dello spettatore sulle sempre più discrepanti differenze di classe. I soldi non fanno la felicità, si dice, eppure Ivan ci tiene a sottolineare il contrario, ripetendo come un mantra detto quasi per autoconvincersi, piuttosto che per esprimere un pensiero sincero “Io sono sempre felice”. Ciononostante, in quella esternazione reiterata a pappagallo, vive molta più arroganza e disprezzo verso il mondo, rispetto alla decisione di Ani di vendere il rpoprip corpo per racimolare quei pochi soldi con cui sentirsi dignitosamente indipendente, orgogliosamente umana, senza per questo disunirsi, senza per questo perdersi.

Il sogno americano è morto, viva il sogno americano; e nel mondo di Baker tutto si muove e vive su quella ricerca di un’illusione alimentata da un alito di vitalità rachitica, e forgiata sui resti di un sogno distrutto, di una casa di carta bagnata dallo scorrere di sudore appiccicaticcio e di lacrime amare.

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