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6.1

Ode to Others, il sesto album da studio dell’australiano Scott Matthew, è un omaggio all’amore in senso lato: si celebrano i ricordi legati alla famiglia, agli amici, ai luoghi dell’infanzia australiana e dell’età adulta newyorchese. Ma soprattutto, almeno nelle intenzioni dichiarate dell’autore, si cerca una più ampia prospettiva sul tema dei sentimenti e sulla difficoltà delle relazioni, una panoramica che, partendo dall’alterità, cerca di compenetrare la complessità e la varietà dei rapporti e delle passioni umane.

Il taglio cantautorale, che miscela sapientemente indie e folk, e che rimanda occasionalmente alla scuola di Father John Misty, Bon Iver, The War on Drugs, Sun Kil Moon, offre spaccati emotivi di grande intensità, che tuttavia più di una volta rischiano di indulgere smodatamente in un tono lacrimevole, fin quasi a disturbare per l’eccessivo sentimentalismo che ne discende. E se questa drammaticità lirica appare coerente con certe tematiche prescelte – ad esempio in The Wish, un omaggio ai morti dell’attentato di Orlando (12 giugno 2016) – altrove rischia di essere percepita come inutilmente ribadita e ostentata, per esempio nella poco riuscita cover dei Culture Club (Do You Really Want To Hurt Me), decisamente svenevole nella sua resa finale. Il minimalismo degli arrangiamenti (tanti pianoforti, qualche organo, chitarre, ukulele e poco più) conferiscono all’impianto complessivo una struttura deliberatamente scarnificata, che rende ancora più evidente l’eccessivo lirismo interpretativo di Matthew, probabilmente la nota più dolente di questo lavoro, che tutto sommato si compone di brani talvolta pregevoli (End of the Days, The Deserter, Happy End), ma in qualche modo guastati da un cantato troppo spesso languido, lezioso o eccessivamente accorato, struggente, finanche tragico.

Un ascolto impegnativo, denso, lentissimo, che rinuncia del tutto, e consapevolmente, a regalare un qualche momento di levità. Sbilanciato verso la tristezza, manca di equilibrio perché non riesce a essere agile nemmeno a tratti, e così facendo offre un ascolto uniforme, spesso pesante, che fa fatica a conquistare: una valle di lacrime in cui non siamo sicuri di voler entrare.

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