Recensioni

6.5

L’uscita a sorpresa è il minimo che ci si possa aspettare dai Sault, il misterioso collettivo guidato da Inflo, tra le cui fila non figura più Little Simz. Il fallout tra i due è noto e ha prodotto, per l’acclamata rapper londinese, un buon album privo del suo storico supporto. Il produttore più volte paragonato a Quincy Jones torna dunque con Chapter 1, questa volta attraverso un’uscita regolare, per un progetto che ha fondato la propria mitologia proprio su strategie non convenzionali di pubblicazione, distribuzione e promozione.

Niente album multipli rilasciati nello stesso giorno, niente concerti-installazione: un disco breve, fatto e finito, disponibile sulle piattaforme di streaming, accompagnato da una copertina che prosegue la serie “fiammiferaia” dei lavori precedenti. La ricetta, del resto, è nota e gli ingredienti fondanti della traccia di 32 minuti condivisa nel 2024 tornano a fare coppia anche qui.

Parliamo di una fragrante miscela di soul e jazz, morbida nei fianchi ed elegante nel portamento, con i ’70s come riferimento privilegiato e una ambizione direttamente riconducibile ai generi citati, cui si accompagnano spessori funk (Puppet) e volubilità r’n’b. Il tutto è filtrato da una produzione che aggiorna il materiale a soluzioni già incontrate nei ’90s (God, Protect Me From My Enemies), ma anche nei tagli noir e cinematografici di un Danger Mouse, sfruttando con misura archi e riverberi (Love Does Not Equal Pain).

Tratto distintivo di Chapter 1 – con la title track a giocare in détournement con il rock dei ’60 – è un deciso sentore estivo, un esotismo, anche exotica intesa come genere, che lo attraversa da capo a piedi. Trentasei minuti di musica dal taglio artigianale, con il basso molto avanti nel mix, la batteria scoppiettante subito sotto e gli archi in acusmatica meraviglia, per un suono genuino e seducente.

C’è maniera? Senza dubbio. Mancano il pezzo o i pezzi capaci di spiccare dal mazzo? Altrettanto vero. Ed è per questo che, giunti a questo punto della discografia, non ci accontentiamo: sappiamo che può – e possono – dare di più.

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