Recensioni

Non era un’uscita tanto per fare hype. No. Little Simz, di mollare con la musica, ci ha pensato davvero. Devono essere stati mesi difficili, quelli dell’ultimo periodo: mesi di dubbi, di sofferenza, di pensieri cupi, di rovinose cadute. D’altronde, è l’effetto devastante che può avere la perdita di alcune delle certezze più (apparentemente) incrollabili, artisticamente e nella vita privata.
“I was lonely making an album, attempted it four times, lost my confidence and you wouldn’t believe why” confessa nella commovente Lonely, sollevando ancora una volta il delicatissimo tema della salute mentale, fil rouge delle varie operazioni discografiche della rapper britannica, un viaggio esteso lungo etichette discografiche, emancipazione femminile, salite e ricadute, incomprensioni, amor proprio, coscienza sociale e tanto altro.
Salute mentale che, dopo un convincente statement di celebrazione e risalita come NO THANK YOU, sembrava essere davvero alle stelle. Il video incredibilmente suggestivo ed eccentrico di Gorilla alludeva chiaramente a uno stato mentale maturo, fiero e pressoché imperturbabile. Insomma, Simz ce l’aveva fatta, era riuscita a diventare un’icona per la comunità black, per le donne di tutto il mondo e per tutti gli individui alla ricerca di qualcosa dentro di sé. Forse però, per poter dire certe frasi in una canzone, per poterti definire davvero libera, serve una qualche beffarda (e difficile) sfida autobiografica, per confermare quanto rappato in un disco. Allora ecco Inflo, il buono, l’amico, il co-protagonista del grande successo della rapper (nonché della moglie Cleo Sol, del misterioso gruppo SAULT, di Michael Kiwanuka e tanti altri), diventare un inaspettato antagonista e voltare le spalle alla collega. I giornali sono chiari. Parlano di un grosso prestito economico, elargito al producer dalla rapper per finanziare un concerto, mai ripagato dal primo. Ovviamente c’è di più , ci sono dinamiche che superano di gran lunga il denaro, a cui Simz sembra alludere senza andare troppo nello specifico (“Daylight robbery of my soul and my world got smaller, couldn’t believe it was somebody I know, a smooth talker” afferma in Hollow). Forse perché non ne ha davvero tutto questo bisogno, c’è altro a cui pensare, c’è la consapevolezza che si può rinascere dal fango come quel fiore di loto scelto come copertina.
Premessa doverosa per sottolineare che Lotus, sesto album in carriera, è molto di più di un album per la sua creatrice: è una risalita, una ri-fondazione delle proprie certezze dopo una brusca e inaspettata frenata. È il diario di un’artista alla continua ricerca del proprio percorso, impeccabile nel tradurre in musica le proprie sensazioni. Quindi no, alla fine Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo l’ha musica non l’ha abbandonata, si è rimboccata le maniche, ha preso il microfono, ha chiuso gli occhi e ha schiacciato rec. Alla console ha chiamato il polistrumentista Miles James, divenuto noto per i suoi lavori con i KOKOROKO, band londinese che spazia tra jazz, soul, r&b e afrobeat, dal sound particolarmente serico e ammaliante. La persona giusta per ripartire, quella in grado di non far rimpiangere in nessun modo l’ex amico, imponendo anzi una palette ricca e sfaccettata: un soffice e raffinato retrogusto jazzy, contaminazioni tribali (specie nei drums, estremamente caldi e suggestivi) e dall’incredibile sapore sinfonico tra il minimalismo e la magniloquenza, in costante scambio tra i due estremi. Insomma, un lavoro pregiatissimo per quello che sembra essere il nuovo protegé della rapper.
Poi c’è Simz, di cui non serve poi dire tanto altro oltre alle ovvie qualità che si sono sempre apprezzate di lei: onestà, profondità, purezza, introspezione mai qualunquista o superficiale e una fame al microfono associabile ai migliori mc periodo 90s. Insomma, Simbi resta fedele a sé stessa, tra bellissimi anthem sull’amore come Free (I think that love is forgiving yourself, I think that love is offering your immediate help, I think that love is everything that we need in this world, I think the key is being honest and being yourself), energiche e irresistibili auto-celebrazioni come Lion (una Point and Kill 2.0) o Enough (dall’incalzante ritmo di batteria), frammenti diaristici di sangue e lacrime (l’epica title track in crescendo, la sopracitata Lonely, con il suo dolcissimo pianoforte, l’outro Blue con un angelico Sampha ai vocals). Tempo e spazio poi per sperimentare, tra dissing alla serpe Inflo (Thief, Hollow), cavernose marce tribali direttamente dal sottosuolo (Flood) e cartooneschi racconti di vita dal retrogusto Outkast (Young).
L’abilità espressiva è sempre al top, raggiunta qui da un uso ben più interessante della voce, che riesce più di altre volte a schivare la monotonia. Ora grida, si fa acuta, si fa immersiva e pacata, si fa umoristica, in un rollercoaster di sensazioni che non è mai stato così vivace e imprevedibile in carriera. La ciliegina sulla torta sono poi le collaborazioni, tutte estremamente riuscite, dalle strofe di Wretch 32, che interpreta il fratello della protagonista nella conversazione telefonica di Blood, ai ritornelli di Sampha, Michael Kiwanuka (Lotus) e Obongjayar (Flood e Lion), arrivando al groove del talentuosissimo Yussef Dayes in Lotus e al bridge spiritico in zulu di Moonchild Sanelly in Flood.
Insomma, che valga la pena ascoltare questo album non c’è neanche bisogno di dirlo. Little Simz scrive, registra e pubblica il capitolo più difficile della sua carriera, quello che l’ha messa di fronte alle sfide più ostiche e ai dubbi più invadenti. E non solo non fa rimpiangere il trittico Grey Area (2019)-Sometimes I Might Be Introvert (2021)-NO THANK YOU (2022), ma corre il rischio di superare questa fase con nuovi picchi di pura e sensazionale bellezza artistica. Ah, dimenticavo, la strofa di Lonely si chiude così: “I was lonely making an album till I realised I’m all I needed to get through”. Sì, Simbi, basti decisamente tu, ora ne abbiamo la certezza.
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