Recensioni

7.1

Di originali – o meno – strategie di comunicazione e (che brutta parola) marketing applicate alla pubblicazione di dischi ne è oggettivamente piena zeppa la storia dell’industria musicale. Basterebbe questo a ridimensionare la diffusione a sorpresa e in download gratuito (o comunque a offerta libera) di ben cinque diversi dischi da parte dei Sault, collettivo pressoché celato da impenetrabile anonimato eccezion fatta per la guida musico-spirituale del producer Inflo.

Mai il progetto – che con questi cinque è arrivato a toccare quota undici dischi in nemmeno quattro anni – si è esibito dal vivo, mai ha rilasciato interviste, mai ha diffuso videoclip. Appare allora se non altro coerente con questa auto-(non)rappresentazione la scelta di pubblicare una quantità spropositata di musica tutta in un colpo solo, nei fatti sottraendosi a ogni tipo di logica promozionale (ma in realtà, guarda un po’?, creando un piccolo caso).

D’altronde un po’ tutti, fin dalla doppietta di dischi uscita nel 2019 (5 e 7) avevano drizzato le antenne verso i Sault, capaci di re-interpretare il funk infondendolo di ossessività kraut ma al contempo restando fermamente black; è però con Untitled (Black Is) che tutta l’esigenza espressiva dei Sault aveva riverberato all’unisono con un mondo scosso da Black Lives Matters e una presa di coscienza globale. In questo presente dai contorni strani che stiamo attraversando sembra a tratti davvero un secolo fa – e invece era il 2020 – eppure le tematiche rimangono le stesse. Non può che essere così, nonostante si sia abbassata quella precisa onda anche e soprattutto mediatica (ma è recentissimo, e non è il solo, il caso di Tyre Wilson ammazzato da cinque poliziotti), perché quella dei Sault è una missione che intreccia i propri obiettivi con la lotta per i diritti e con una buona dose di immancabile spiritualità 

La scelta dei Sault di pubblicare, tutti insieme, 56 brani suddivisi in cinque dischi e per un totale di circa quattro ore, vuole essere ed è stata, nelle parole del collettivo, un’offerta a Dio. Quasi fosse un banchetto rigoglioso, o quanto di più imponente i nostri potessero essere in grado di creare e offrire. E in un tempio dell’abbondanza come questo e come tutta la loro discografia, non è sempre facile distinguere le cianfrusaglie dai monili pregiati, perché va da sé che nelle varie scalette abbondano sia le prime che i secondi. 

Fatto sta che: 11 è il lavoro che – nel lotto – affronta le sonorità più canonicamente soul e afrobeat. Nel disco, ideale continuazione della numerazione che dopo Nine (Lp del 2021) continuava l’anno scorso con la traccia Ten, riverberano riferimenti ad ampio spettro a tutto il black soul. Dai loop che dai campi di cotone trasportano alla Bristol di fine anni ’80 – passando per la Jamaica (“Fear No One”, “Morning Sun”), al sole africano acceso dal basso afrobeat (Together) ancora il soul (Higher) e l’r’n’b più smaliziato (Fight for love, Envious).

(Untitled) God segna l’episodio se vogliamo più spiritual in senso largo del termine: qui nel consueto caleidoscopio e frullatore di riferimenti scintillano come diamanti una Little Simz in forma smagliante (Free), venature jazz e una spiccata fascinazione per il gospel (Spirit High, Love is all I know) declinato pop (Faith, I Surrender) con la benedizione del folletto di Memphis. 

In AIIR, questi stessi ingredienti vengono ricucinati con sapienza nella versione quasi sinfonica già ampiamente sentita nel fratello uscito in primavera, AIR: se allora il risultato era più pomposo, ora il discorso si articola in cinque suite che scivolano via più affilate e scorrevoli, impregnate da una certa tradizione soundtrack statunitense. Dei cinque, però, è Today & Tomorrow a segnare forse l’episodio più accattivante e inatteso – oltre a un Earth che fa della ricchezza ritmica da un lato (The Lords with Me) e di certe risonanze caraibiche scurite nella coltre del trip hop (Fields) le proprie direttrici migliori. A ricamare ancora attorno ai mille rivoli della musica black dei seventies, in T&T I Sault si avvicinano alle tensioni funk/punk (Run) ma persino quasi no-wave (fin dall’iniziale In the Beginning). Qui tutto è prodotto, sempre a dovere, in modo tale da esaltare spigoli e matericità (Heal the World).

Se è impossibile non trattare questi cinque lavori come fossero un’unica creatura, resta qualche dubbio sul senso di produrre una quantità così elevata di musica che è, per certi aspetti, in larga parte ridondante. Una prova di bravura (perché, va da detto, di brani molto più che buoni ce ne sono almeno una quindicina)? Di certo non ce n’era bisogno. Anche perché il rischio, ora, è di diluire le potenzialità espressive della loro proposta in produzioni fiume sempre più auto-riferite. 

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