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A ottobre di quest’anno, l’autore ungherese László Krasznahorkai, la cui opera più nota è quel capolavoro dark di Sátántangó, è stato insignito del Premio Nobel. Qualche settimana prima, con il singolo Permafrost, compariva nella scena musicale italiana un duo della provincia di Cremona che aveva scelto quello stesso nome, Satantango, ispirandosi però all’omonimo film del ’94 di Béla Tarr (a sua volta tratto dal libro): una pellicola in bianco e nero dalla durata di oltre 7 ore che racconta le vicende e il declino di un villaggio sperduto in una terra grigia, solitaria e fangosa.

Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, chiaramente due cinefili, conoscono bene la sensazione di vivere in un luogo di confine, lontani da tutto: la loro provincia non è poi così diversa dai paesaggi desolati e disperanti di Tarr, ma che sono – in definitiva – ciò che loro chiamano casa.

Il loro album d’esordio, composto da otto tracce di cui due sono intermezzi strumentali, è un disco denso, dotato già di straordinaria maturità narrativa: da bravi appassionati di cinema sanno costruire immagini e suggerire ambientazioni, traghettandoci in scenari solitari e decadenti dove il silenzio e l’isolamento disegnano  percorsi marginali che diventano canzoni oniriche, delicate e sussurranti, pregne di nostalgia per un mondo che non esiste più, un mondo in parte solo immaginato.

Passeggiate in aperta campagna, ripensando a dove eravamo l’11 settembre, o a quel cinema di paese che ha chiuso per sempre i battenti, o a quella volta che – in preda alla noia e all’inquietudine, o più semplicemente alla voglia di fuggire – si era pensato di prendere la macchina e mettersi in viaggio senza meta, guidando ad oltranza su un’anonima strada provinciale.

Le influenze spaziano dal dream pop al post punk (Gioventù, amore e rabbia) fino all’anima shoegaze (Permafrost, Strada Provinciale 6). Non è difficile riconoscere la fascinazione per My Bloody Valentine, Slowdive, Cocteau Twins e persino per il folk psichedelico di Linda Perhacs.

La produzione, ci tengono a sottolinearlo, è tutta all’insegna del DIY, con un Mac book usato del 2009 e una scheda audio di fortuna: “Avevamo bene in mente le sonorità che volevamo raggiungere: tra una take imperfetta ma emozionante e una take perfetta ma fredda abbiamo sempre scelto la prima, tanto che abbiamo deciso di tenere i provini quasi inalterati, registrando ex novo solo le batterie”.

Satantango non è solo un disco, ma un vero e proprio state of mind, che romanticizza ciò che normalmente rifuggiamo in questa contemporaneità distopica e iperdigitalizzata: un momento di profondità e contemplazione, uno sguardo commosso a quello che forse una volta siamo stati e che abbiamo definitivamente perso, ma che cerchiamo di trattenere nei ricordi; Satantango è un disco che si concede di essere nostalgico e sognante, mentre tutto cade a pezzi. Satantango ci ricorda che possiamo ancora essere romantici.

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