Recensioni

Quando Heaven or Las Vegas uscì, il 17 settembre 1990, la Gran Bretagna stava per congedare Margaret Thatcher senza sapere bene a cosa andava incontro. La stagione rave di fine Ottanta aveva insegnato a ballare fino all’alba e a credere in un’utopia collettiva, ma al mattino aveva lasciato una scia di vuoto e malinconia difficile da colmare; il brit-pop era ancora un brusio di pub e il post-punk era una faccenda apparentemente archiviata con il cambio del decennio. In quel passaggio sfocato, i Cocteau Twins pubblicarono un disco che suonava come una città sospesa tra il brusio dei club e il sogno lucente di un’alba senza smog. Nessuna rabbia politica, nessun realismo urbano, solo la promessa che, per quaranta minuti, si poteva abitare un altrove cromatico, né paradiso né inferno, ma un cielo artificiale dai bordi vellutati.
Il titolo di per sé già contiene un paradosso. Heaven or Las Vegas accosta la capitale del kitsch illuminato all’idea di un cielo utopico, trascendenza e artificio intrecciati. Robin Guthrie e Liz Fraser scelsero un nome volutamente sopra le righe, capace di evocare splendore e glamour senza intaccare la purezza sonora del gruppo. E in effetti il disco gioca su quella tensione, con strati di chitarre riverberate che scintillano come neon, linee di basso pulsanti che guardano a un groove più fisico e una voce sospesa senza gravità, più che mai inscritta nella categoria dell’impronunciabile, ma a tratti più leggibile.
Non è un caso che l’album arrivi dopo mesi difficili per la band. Guthrie lotta con dipendenze e insonnia; Fraser vive una fase delicata e insieme alla nascita della figlia trova nuova intensità emotiva. Il dolore non viene raccontato in modo diaristico ma filtrato in un linguaggio di colori piuttosto che di confessioni. Cherry-coloured Funk apre con un impulso ascendente, non c’è nemmeno il tempo di fissare un accordo prima che la voce sciolga consonanti in vocali. Le parole somigliano a corpi celesti troppo lontani per essere nominati, eppure l’emozione è palpabile, sorretta da un battito morbido e terreno.
A differenza dei precedenti album, Heaven or Las Vegas appare subito più fisico. Dove i capolavori tardo gotici degli inizi, come Head Over Heels e Treasure galleggiavano in un barocco etereo, qui i tamburi spingono, Raymonde porta linee di basso che sostengono e fanno ondeggiare i brani con sicurezza pop. Pitch the Baby e I Wear Your Ring vibrano di una leggerezza nuova, come se i Cocteau avessero aperto una finestra sulla musica soul e R&B attraverso il loro caleidoscopio. Nella seconda metà del disco, però, torna la vertigine: Road, River and Rail rallenta il tempo e spalanca spazi sintetici; Frou-Frou Foxes in Midsummer Fires chiude con una spirale in cui la chitarra si frantuma in coriandoli e la voce, finalmente, suona come un addio pronunciato senza parole.
Sociologicamente è un disco che sembra dare respiro a un’Inghilterra stanca di verismo. In quegli stessi mesi prendevano forma le prime avvisaglie di ciò che diventerà il trip hop a Bristol (Blue Lines dei Massive Attack uscirà l’anno dopo), mentre gli Happy Mondays tentavano di trasformare la suburbia in pista acida. I Cocteau Twins propongono un’altra forma d’evasione, un sogno brillante che non cancella il dolore ma lo traduce in metafora luminosa, una sorta di analgesico cromatico. È musica da cuffie notturne, da treni pendolari che attraversano stazioni semi-vuote; smaterializza il quotidiano senza proporre fuga spirituale. In questa strana funzione – lenire, ma non narcotizzare – l’album diventa colonna sonora ufficiosa di fine secolo, abbastanza dolce da far respirare, abbastanza complesso da non cadere in new age da boutique.
Dal punto di vista della produzione Guthrie controlla i riverberi che avevano avvolto i lavori precedenti e avvicina gli strumenti, regalando una presenza più fisica e vicina alla pelle. Non serve conoscere il dettaglio tecnico per percepirne l’effetto, perché tutto vibra più chiaro, i passaggi di rullante rifrangono come gocce d’acqua. Basta alzare il volume di Iceblink Luck, unico singolo ad entrare nelle classifiche britanniche, per avvertire un abbraccio sonoro che non esplode in distorsione ma si espande con delicatezza luminosa. Qui l’album scarta dallo stereotipo del dream pop come muro ovattato e mostra un tessuto vivo, fatto di luce e cuciture percepibili.
Uno dei momenti più radicali resta Fotzepolitic, titolo nonsense che intreccia suoni infantili e parola politica. La base è minimalista e pulsante, la voce, avvolta da delay ravvicinati, sembra moltiplicarsi in cristalli sospesi. Ascoltata oggi anticipa alcune estetiche vaporwave e hypnagogic pop senza ironia o distacco memetico, pura immersione nostalgica prima che la nostalgia diventasse oggetto di gioco consapevole.
L’eredità del disco è diffusa ma sottile come polvere di zucchero. Senza queste canzoni i Beach House non sarebbero mai esistiti. Band come Stereolab e Sigur Rós e artiste come Grimes hanno assorbito in modo diverso quella miscela di trasparenza e mistero. Alcuni elementi timbrici, dai cori sintetici alle texture riverberate, hanno filtrato nella dance e nella trance europea, più come influenza estetica che come prestito diretto. In un presente dominato dallo streaming, Heaven or Las Vegas rimane un invito all’ascolto continuo, perché non vive di singoli isolati, ma chiede di essere attraversato come un corridoio di luce.
Non è un disco privo di ambiguità. La sua levigatezza può apparire talvolta evasione raffinata, e Fraser in seguito racconterà ricordi frammentari delle sessioni, segno di un periodo teso e faticoso. Ma proprio quell’oscillazione tra gioiello lucente e specchio che riflette un dolore inafferrabile lo mantiene vivo. In un tempo in cui le luci delle città tornano a brillare su economie incerte, Heaven or Las Vegas resta un promemoria, ovvero la possibilità di costruire uno spazio sonoro che filtri l’eccesso di realtà senza perdere intensità emotiva, che conceda malinconia senza abbandonarsi alla resa, che trasformi la bellezza in un clima abitabile.
Heaven or Las Vegas rimane un sogno lucido che si può attraversare senza esaurirlo. È insieme il culmine e l’inizio di un congedo. Dopo questo momento la band cambierà rotta, passando a una produzione più sobria con Four-Calendar Café e perdendo parte del mistero. Ma l’impronta che lascia è duratura. Ha insegnato che l’enigma può convivere con la chiarezza, che la luce può svelare senza annullare, che il pop può essere sofisticato eppure visceralmente emotivo. Ogni riascolto restituisce la stessa sensazione, quella di un luogo di pura luce che, appena raggiunto, già comincia a dissolversi, e proprio in questa fragilità trova la sua forza.
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