Recensioni

Detritus, a dispetto del suo titolo, esce in primavera come un mazzo di fiori che sbocciano, e in questo senso ci viene in aiuto la bluastra immagine di copertina. Sbocciati per la precisione da un più ampio lavoro commissionato anni fa a Sarah Neufeld come accompagnamento sonoro dal vivo per il progetto-performance di danza Who We Are In The Dark, dell’esperta ballerina e coreografa Peggy Barker. La musicista canadese, all’interno dell’album che ne è derivato, il suo terzo da solista, si muove ovviamente stretta al suo principale strumento, il violino. La cupezza del titolo a cui accennavamo prima ben si sposa ad ogni modo con i temi relativi all’oscurità, esplorati sia da Barker sia da Neufeld, pur con le diverse prospettive, più universale la prima e più intimista la seconda, nel relazionarsi alle esperienze di perdita e dolore. Le composizioni sono state arricchite da un corno francese preso in prestito dai colleghi della Bell Orchestre, dai fiati di Stuart Bogie e soprattutto da Jeremy Gara, compagno di band negli Arcade Fire, che ha contribuito con percussioni d’ambiente, colpi di batteria, synth, elettronica e ulteriori soluzioni armoniche.
Detritus si pone quindi in perfetta linea di continuità con i precedenti dischi in proprio di Neufeld, dal bell’esordio Hero Brother del 2013, registrato con approccio avant da Nils Frahm in luoghi perlopiù insoliti come cupole geodetiche abbandonate o parcheggi sotterranei, al più accessibile The Ridge del 2016, nell’insieme infatti più melodico e solare, già con l’apporto di Gara. Non dimenticando il piccolo capolavoro gotico firmato con il sassofonista Colin Stetson, Never Were The Way She Was del 2015. Ecco, se in The Ridge il ricorso al canto lambiva addirittura la forma-canzone, qui ci si limita – ed è meglio così – a vocalizzi dal mood fiabesco ed etereo, non vorremmo dire filo-new age, che restano però l’elemento meno convincente all’interno di pezzi altrimenti affascinanti nell’affrontare con pathos e personalità il campo della classica contemporanea. A un cuore di fondo pastorale corrispondono occhi sempre aperti sul presente. I sette brani scorrono come elaborazione delle difficoltà affrontate di recente da Neufeld, evocando solitudine e lutto del senso di sé, rimpianto, conforto e accettazione. Tra i più riusciti, anche se i passaggi meritevoli nell’insieme abbondano, citiamo di sicuro lo struggente With Love And Blindness, l’imperioso folk-rock di Tumble Down The Undecided, la sperimentazione bucolica di Shed Your Dear Heart e il viscerale The Top, unico episodio a essere stato scritto senza l’ispirazione della sua controparte visiva e al contempo unico episodio in travolgente solo.
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