Recensioni

Settembre 2002. Gli Afterhours sono sul palco dell’Mtv Day e stanno suonando Bye Bye Bombay. Durante l’assolo il cavo della Gibson di Manuel Agnelli si rompe e i backliner non fanno in tempo a capire dove sia il problema. Lui, il cantante, se ne va lasciando tutti attoniti per poi rientrare e spaccare la chitarra. Tutto questo poco prima di immergersi in una Milano circonvallazione esterna tesissima, figlia del nervosismo che Agnelli aveva perché «quel pubblico con noi non c’entrava niente».
Guardandolo oggi, a dispensare sorrisi e battute, avventurarsi in reading e parlare di quanto sfigato fosse nel periodo in cui le cose non andavano bene con la sua band, sembra un’altra persona. Il tempo ha rasserenato la tempra di Manuel Agnelli che un bel giorno decise di abbracciare il pop e da quel momento infilò Sanremo, X Factor, Ossigeno e un tour in cui si mette a nudo.

Lo fa a modo suo, cantando più cover che brani degli Afterhours. Sul palco lui, il fidatissimo Rodrigo D’Erasmo, e una sincerità che s’inceppa soltanto in alcuni meccanismi più prettamente teatrali, che sono perdonabili perché, dopotutto, il Nostro non fa di mestiere l’attore. Canta, Manuel Agnelli, la sua voce è sempre precisa e mantiene le radici di quella rabbia velenosa che negli anni Novanta gli facevano sputare sui giovani. Oggi, però, nuove esperienze lo toccano: la seconda paternità psicanalizzata in I milanesi ammazzano il sabato, la morte del padre a causa di un tumore nell’emblematico Folfiri o Folfox.
C’è tutto questo in An Evening With Manuel Agnelli, una serie di date in cui il cantante degli Afterhours fa ordine nei suoi cinquant’anni, di cui trentacinque passati tra palco e studi di registrazione. A rendere unico il concerto al Teatro Auditorium dell’Università della Calabria c’è il duetto con l’Orchestra del Conservatorio S. Giacomantonio di Cosenza. Esperimento che ha già fruttato in occasione della Notte dei ricercatori nel settembre scorso, durante la quale era stata Nada a cimentarsi con i musicisti dell’accademia, con vette emotive degne di nota. Questa volta l’orchestra fa da warm up al concerto con un paio di brani significativi della band milanese.

Passa quasi un intero lato di Let Them Eat Chaos, vinile di Kate Tempest lasciato suonare nell’oscurità del palco, prima che Agnelli e D’Erasmo guadagnino la scena imbattendosi in una sognante The Killing Moon. Poi, per mettere le cose in chiaro, tocca a Padania e Male di miele. Da qui in poi Joy Division (Shadowplay), Lana Del Rey (Video Games), Nirvana (You Know You’re Right), Bruce Springsteen (State Trooper), Elvis Costello (Shipbuilding) e, soprattutto, Lou Reed (The Bed e Perfect Day).
Ovviamente ci sono anche gli Afterhours, quelli più psichedelici (È solo febbre), strazianti (Pelle), finti allegri (Come vorrei). Ci sono le ombre della splendida collaborazione con Mina (Adesso è facile), ma quello che spiazza sul serio è sentire il teatro che sussurra le parole di Quello che non c’è e, ancora di più, Agnelli che lancia il karaoke in Non è per sempre, per poi scoppiare a ridere nel momento del fischio.

A vederlo sorridente e sornione, sembra di trovarsi di fronte una persona in pace con se stessa, cosciente dell’apporto dato alla musica italiana, dapprima soltanto alternativa e poi in senso più ampio. Fa strano, così come faceva strano vedere gli Afterhours in gara nel 2009 tra Povia, Sal Da Vinci e Pupo. Ma non sciocca come l’annuncio di Agnelli come giudice di X Factor o come presentatore di un programma in Rai. Ecco, sembra essere proprio Ossigeno il motore di questa iniziativa, forse un po’ prolissa – due ore e mezzo in acustico non scivolano via senza qualche momento ostico – ma, tutto sommato, utile a guardare più la persona che il personaggio.
E, in quanto tale, Manuel Agnelli negli ultimi anni ha dato il meglio di sé, lavorando quotidianamente per sfondare porte e portoni chiusi che gli hanno permesso da un lato di raggiungere il grande pubblico, facendo conoscere lui e il suo gruppo, e dall’altro di architettatare una celebrazione lunga degli Afterhours che, superando terremoti di lineup e di sound, sono ormai una band che ha guadagnato un riconoscimento trasversale. Tutto questo grazie alle trasgressioni pionieristiche di qualche decennio fa e a un apparato di box da collezione, documentari e tour celebrativi.

Il pregio maggiore di An Evening With Manuel Agnelli è far dimenticare tutto questo, riportando Agnelli e la sua band a una dimensione più familiare a chi conosce entrambi da più tempo. Questo tour serve a comprendere da dove sono partite quelle schegge impazzite che si sono poi riversate nei capolavori Hai paura del buio? e Quello che non c’è. Ma, ancora di più, permette agli spettatori di passare realmente una sera intima con uno degli artisti più incisivi dell’indie nostrano, quando questa parole significava “underground” e non era il nuovo mainstream. Meglio ancora se tutto ciò avviene nella cornice del Teatro Auditorium dell’Unical, una struttura versatile e singolare che ha ospitato una stagione di alto livello.
Tornando a Manuel Agnelli, forse sono i suoi sorrisi e le risate inaspettate a renderlo più persona che personaggio, ad ogni modo protagonista di un concerto in cui di celebrativo c’è ben poco, mentre di musica e spessore culturale, per fortuna, tantissimo.
(Foto di Michele Matteo Catanzariti)
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