Recensioni
Afterhours
Casino Royale
Foto di pura gioia. Antologia 1987-2017
CRX – 20th Anniversary Edition
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Tommaso Iannini
- 13 Dicembre 2017


Si è vero, tira aria di revival sulla scena milanese degli anni ’90. Le due uscite retrospettive di Afterhours e Casino Royale pubblicate guarda caso lo stesso giorno, fanno rivivere il percorso di due gruppi contemporanei ma diversi, così vicini perché conterranei e così lontani per ispirazione musicale, che dalle sliding doors del 1997 (l’anno dei CSI primi in classifica) uscivano curiosamente “ridimensionati” in senso opposto. Da una parte Manuel Agnelli e i suoi che con un colpo di coda realizzavano un capolavoro messo giù senza certezza di un domani che invece sarà luminoso, e oggi riassumono tutto il proprio percorso in una mega antologia; dall’altra Alioscia, Giuliano, Patrick, Ferdi & Co. che nel proprio vertice di ricerca, suoni, scrittura, trovavano invece un punto di non ritorno – ma a distanza di vent’anni lo celebrano comunque per quello che è stato; per loro stessi e per gli altri.
«Quando si può, è giusto essere orgogliosi della propria personalità, del proprio percorso» raccontava Manuel Agnelli a Elena Raugei in un’intervista all’indomani della pubblicazione di Folfiri o Folfox. Non avevamo dubbi sul suo orgoglio e ne abbiamo ancora meno a giudicare dall’intento celebrativo unito alla cura con cui è stata allestita l’operazione Foto di pura gioia, la prima antologia “ufficiale” degli Afterhours (le precedenti marchiate EMI non godevano dell’appoggio della band). Tre compact disc più un quarto di inediti e rarità varie. Lo stesso orgoglio, rivendicato con forza, sincerità, passione, lo avevamo trovato nel tributo-omaggio di Mauro Ermanno Giovanardi, come ci ha esaurientemente spiegato lui stesso parlando del disco di cover La mia generazione, e nell’album di duetti e riletture in cui Cristina Donà ha reinterpretato il suo esordio Tregua. Dischi che completano idealmente il nostro giro di uscite in un modo o nell’altro retrospettive sulla scena alternativa italiana – e nel caso specificamente milanese – degli anni ’90. E lo ritroviamo – l’orgoglio, l’appartenenza – nel nostro quarto elemento, secondo di questa recensione: la ristampa di CRX dei Casino Royale, con un disco bonus che ricalca quanto già fatto tempo fa dagli Afterhours con la reissue di Hai Paura del Buio? (uscito lo stesso anno di CRX ma celebrato qualche tempo prima, anche per ragioni interne alla band, come si evince dal libro biografico di Foto di pura gioia).
L’antologia degli Afterhours è una corposa retrospettiva nell’arco di una carriera giunta al giro di boa dei trent’anni. Si parte (primo CD) dall’esordio assoluto: il 45 giri per Toast Records che inaugurava la storia discografica della creatura di Manuel, il rock and roll/doo wop dalle cadenze veloci e dagli echi loureediani (e springsteeniani) di My Bit Boy. Spazio quindi ad alcuni pezzi del repertorio in inglese che ha preceduto il passaggio alla lingua madre – in una serie di album ed EP significativi, apprezzati all’estero, addirittura da NME, ma sempre fatalmente confinati nella nicchia di un underground nostrano che pure era foriero di talenti e approcci freschi e innovativi. Nei brani scelti di questa primissima fase affiorano ispirazioni originarie oggi lasciate nel cassetto come quella dei Gun Club (in Billie Serenade), oltre alla crescita e alla costruzione di quel suono grungeoso sbattuto tra urgenza post-punk, psichedelia e una controparte melodica che filtra dalle dinamiche di Confidence o Slush. Insomma, la base per gli Afterhours “finalmente” italiani. Quel suono che è già un post-grunge (adesso siamo nel 1995) rivissuto sulle sponde dei Navigli accanto ai Ritmo Tribale per questioni di vicinanza e anche di ispirazione: quello che Germi traduce nella lingua madre, cercata e trovata anche grazie a due cover, Mio fratello è figlio unico e La canzone popolare, che in due punti diversi fanno comunque (giustamente) parte della raccolta.
Arriva poi la (s)volta di Hai Paura del Buio?, un disco nato come un salto nel “buio” nel vero senso della parola, senza il paracadute di un contratto fino al provvidenziale intervento della Mescal. Poteva essere la fine; è invece un (nuovo) inizio. Uno dei dischi che più hanno segnato una generazione – di musicisti e ascoltatori – e che più l’hanno espressa: tanto è ficcante, straniante e conturbante il registro lirico agnelliano fatto di immagini forti e cut-up spinto rispetto al rock tricolore convenzionale, quanto ostinata la sua caparbietà nel perseguire una visione olistica del rock italico stesso (e del rock più in generale) per come lo si può intendere nell’1.9.9.7. È il disco di Male di miele, ormai per antonomasia la “Smells Like Teen Spirit” d’Italia. Tre accordi martoriati – che a orecchio fanno anche tanto Stooges – che nella loro evoluzione in canzone raccontano però un storia più articolata: un morphing estremo tra echi schizzati di Battisti, Beatles, Pixies, dEUS, e Hüsker Dü (con quei versi che sembrano tagliati – per usare un verbo caro al Manuel nostro – e rimodellati ad hoc dalla Celebrated Summer degli Hüskers: «ti do le stesse possibilità/di neve al centro dell’inferno, ti va?»). Un album che sputa rabbia e veleno hardcore con le chitarre ringhiose di Sui giovani d’oggi ci scatarro su e il battere feroce di Dea, ma che prende un altro respiro e quando esce è già un classico per la maniera in cui reinventa la rock ballad nazionale, cioè con una (in)delicatezza disturbante che si nutre di contasti – persino di ossimori – caustici, viscerali, e di velenosi chiaroscuri: le chitarre folk possono essere e suonare ruvide come cartavetrata (la beffarda, blasfema 1.9.9.6.), le elettriche sfrangiarsi nella psichedelia oppiacea di Rapace o dondolarsi nelle dolcezze dissonanti di Voglio una pelle splendida. Aggiungiamoci pure l’uso diabolico di violini e violoncelli in un pezzo di base acustico, da brivido, come Pelle (e a questo punto non scordiamoci neppure dell’obbligatoria Dentro Marilyn su Germi: con il suo giro armonico ostinato su due accordi e i suoi salti mozzafiato è per atmosfera la madre di tanti pezzi melodici Afterhours). Hai paura del buio? è un disco spaventoso di cui si percepiva l’importanza e la compiutezza già all’uscita, completo su tutti i fronti, che pur tra suoi sbalzi e le sue tante facce – a proposito: qui mancano gli episodi più stralunati e lo-fi – ha una sua forza espressiva unica tradotta in un’irripetibile coesione di forma e nel suo quasi-sinonimo coerenza. Per compattezza e compiutezza solo Quello che non c’è nella produzione Afterhours rivaleggerà davvero con questo LP.
È quindi il turno di Non è per sempre (secondo CD) e della sua voglia di pop che non uccidesse l’anima; anche se il rock rabbioso era sempre nelle corde degli agnelliani, come dimostrano La verità che ricordavo e la paradigmatica Non si esce vivi dagli anni ’80 (ma nelle Foto di pura gioia ci sarebbe stata bene anche una Milano Circonvallazione esterna che qui non c’è). Si esce invece vivi dagli anni ’90 nonostante la defezione di Xabier Iriondo – uno dei costruttori del suono Afterhours del periodo – con il reset di Quello che non c’è. Gli Afterhours destrutturano un po’ la loro musica ma sulla base di una tensione densa che respira in tutti i pezzi; ed è pure un’alta tensione creativa a livello di scrittura o meglio di composizione, di chitarrismo, di synth analogici, di direzione di band, di cui sono prova i brani di spicco tra le tremolanti percussività di Bye Bye Bombay (uno dei pezzi più originali, probabilmente migliori, targati Afterhours), le atmosfere penetranti di Varanasi Baby e i vortici di Bungee Jumping. Ballate per piccole iene che è l’album della nuova vocazione “internazionale” – anche grazie a Greg Dulli – propone sì trame più lineari, ma sempre a loro modo tese e iniettate di ora sinistra (la title-track) ora suadente (Il compleanno di Andrea) psichedelia.
Il terzo CD è quello dei lavori più recenti e controversi. I milanesi ammazzano il sabato, il disco del “pop” ermetico e decostruito, quello della tanta carne al fuoco concentrata in pezzi brevi, della scrittura e degli arrangiamenti più disorientanti di sempre (l’album “di” Enrico Gabrielli, da questo punto di vista), prolungato nella sua appendice “sanremese” Il paese è reale, anticipa i concept più “difficili” di Padania e Folfiri e Folfox. Questi dischi che sì, spaziano in direzioni cerebrali – pure nelle linee vocali, dai toni forzati alla tendenza a “cantare la voce” o sperimentare nuove dizioni di Agnelli – ma che danno ancora una rappresentatività alla canzone, recuperando insidiosi scampoli di melodia italiana classica (Io sono il giudice). Vi si riconoscono i cambi di line-up, la voglia di spiazzare sempre, soprattutto l’identità forte di un progetto: gli arrangiamenti scabri giostrano sempre intorno ai due grandi poli della musicalità Afterhours, la melodia e il rock rumoroso, tra cui circola sempre alta tensione. Questo grande riassunto/strenna delle puntate precedenti dice sempre una cosa, urlando, sussurrando o a denti stretti: la parabola del complesso milanese e la musica bella, sporca e cattiva prodotta nel corso di questi trent’anni rimarranno una delle avventure più appassionanti del rock italiano. Al di là di qualunque mossa mediatica si possa (giustamente) contestare al suo titolare maximo.
Coincidenza, o forse no, lo stesso giorno delle Foto di pura gioia è arrivata nei negozi la ristampa allargata di CRX, un disco cruciale nella carriera dei Casino Royale e anche della musica alternativa italiana. I Casino hanno una storia che è uguale e contraria per certi versi a quella degli Afterhours. Nati anche loro nella Milano (post)punk di metà-fine anni ’80, seppur in città e non nell’hinterland (qualcuno ha già fatto le ossa in gruppi punk o rockabilly), gli esordi in inglese apprezzati all’estero, però all’insegna dello ska, brillante e uptempo, e una cover forse galeotta (Skaravan Petrol, Carosone in versione Jamaica) prima del passaggio all’italiano con le contaminazioni crossoveristiche di Dainamaita che ne fanno dei credibilissimi Fishbone italiani e molto più… Tanti i paralleli, i punti di contatto e di scambio tra gli uni e gli altri, le frequentazioni reciproche, anche più degli incroci quasi obbligati per come si evolve la Milano-non-da-bere che suona, tra la Vox Pop e lo studio Jungle Sound, quartier generale di una fetta importante della scena.
Sempre così vicini e sempre così diversi. Nell’anno di All The Good Children Go to Hell (1988) dall’altra parte c’è Soul of Ska e in quello di Germi (1995) lo scatto di Sempre più vicini. “Quarto disco d’esordio”, lo aveva ribattezzato uno dei Casino per sottolineare le novità continue nella proposta. I Casino Royale sono in ascesa nella scuderia Blackout e con un nuovo cambio di passo impollinano ritmi in levare e chitarre con l’elettronica e le sonorità hip e trip-hop. Con un organico meno folto di prima ma creativamente completo, l’aggiunta della componente sample e macchinari e di quella dj-istica, i brani del ’95 lavorati insieme a Ben Young e Roberto Vernetti macinano un altro suono – contemporaneo-futuribile – che gira sui loop, che pulsa nelle vene ancora di ragga, funk e rock e si flasha di echi dub. Il soul postmoderno di Bristol è nel mirino e il passo successivo a questa sterzata dubbelectronica, benedetta da riscontri positivi a tutti i livelli, prende il gusto di una sfida al millennio che si avvicina, sempre più vicino per parafrasare la quasi title-track (c’è solo una vocale di differenza). Come ha raccontato Alioscia Bisceglia poco tempo fa in un’intervista video per La Stampa, «la casa discografica si aspettava un passo verso il pop e invece noi abbiamo pensato sì a un disco pop, ma con una tensione da pop internazionale. Eravamo grandi fan dei Massive Attack e c’erano i Portishead che erano andati benissimo senza fare un pezzo in maggiore. Noi abbiamo seguito quell’influenza emotiva che era nell’aria. Quando siamo tornati da Londra eravamo megacarichi ma non era il momento giusto…». Nell’aria c’è la tensione pre-millennio di Tricky ed è la tensione che a posteriori porterà all’implosione. Ma prima, l’esito di quella sfida si chiama CRX.
Il disco migliore dei Casino Royale perché è il più coerente dall’inizio alla fine. Secondo la vox pop(uli) che poi è anche la stessa del gruppo (sempre Alioscia). Prodotto tra Londra e l’Italia, con Tim Holmes al suo fianco, l’album si addentra come mai nessun disco Casino (e forse nessun disco italiano di ambizione pop, a parte qualche eccezione affine come gli Almamegretta) aveva fatto nei meandri del sound post-bristoliano e della dance elettronica contemporanea. E di una canzone ritmica elettronica, abbastanza flessuosa da spaziare dal trip-hop più inquieto e claustrofobico al dub strafatto, al puro hip-hop. Questa l’idea che la title-track ci sventola in faccia senza che nemmeno realizziamo subito. Ma intanto ci siamo già dentro: il rap più incisivo di Alioscia, il ritornello melodico più memorabile di Giuliano Palma, li abbiamo stampati in testa a memoria ancora dopo vent’anni. Il downtempo inquietante di The Future che si anima con il solito passo felpato ma deciso di questo disco – il ritmo lento in cui ogni sincope però ti smuove qualcosa tra lagola-ilcuore-lostomaco – per diventare una delle conquiste più raffinate dell’hip-hop italico, e lo stilossissimo claustrofobico nu-soul di Ora solo io ora (pure della mitica Là sopra qualcuno ti ama) raccontano che l’attitudine crossoveristica è sempre lì, si è solo trasformata in qualcosa di ancora più alchemico e meticoloso. E brillante. Segno di un lavoro riuscito quando si mettono insieme la ricerca certosina dei suoni, la brillantezza di soluzioni e perché no anche una certa immediatezza pop. Che si diano etichette poi ai vari pezzi come ragga neo-jazz pure con sciabolate di techno (Oltre), drum’n’bass jazzato (In picchiata), funky noir (Homeboy) o di trip-hop tout court ok, ma si tratta appunto solo di tante etichette a fronte di una visione eclettica e però unitaria. L’atmosfera tesa e sinuosa, il groove profondo e acido che riflette e sottolineo riflette (su quel concetto i ragazzi martellavano parecchio…) la fantasia, la trasversalità sincopata, la personalità di un gruppo a fuoco in tutto, come mai prima di CRX.
Il discografico che ai tempi si complimentò ironicamente per “il miglior disco del 2007” aveva capito il nocciolo della questione. Pur raccogliendo stima e considerazione, i Casino Royale non fecero il salto auspicato in termini di vendite. Il massimo della forza centripeta lo avevano perdipiù concentrato in questo disco, e dopo la rescissione del contratto major saranno le forze centrifughe ad avere la meglio. La band si spacca, Palma se ne va e il gruppo rimane sciolto fino al 2006, e oggi continua senza più l’attenzione di un tempo. Peccato. È rimasto però tanto di quel lavoro coraggioso, profondo, innovativo, esagerato, che quasi reinventava il gruppo per la quinta volta. Anzi, togliamo il quasi. E che viene a sua volta reinventato nel 2017, non tanto dal remaster, ma naturalmente dagli ospiti del secondo disco. I remixer come Fabrizio Mammarella che interpreta la title-track in elegante dub, fanno egregiamente il loro lavoro, a cui il materiale per sua natura si presta e a cui in parte avevano già provveduto gli stessi titolari in passato. La vera curiosità era sentire i due cantautori. Soprattutto l’ineffabile Edda che rivisita Là sopra qualcuno ti ama dandole un carattere vibrante e alieno, chitarre e ossessioni tutte sue. Levante interpreta con i suoi accenti Ora solo io ora, entrandoci in modo credibile.
Operazioni forse celebrative, per qualcuno speculative, ma che hanno le loro ragioni di fondo. Milano non è la verità, come cantava proprio Manuel Agnelli. Ok, invece i dischi che sono usciti da quella Milano spesso erano la verità. E lo sono anche adesso.
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