Recensioni

Chi segue con attenzione gli sviluppi della scena musicale statunitense più creativa ed orientata al futuro avrà ormai una certa confidenza con i lavori firmati da Sam Prekop e John McEntire. Sia nelle vesti di membri del progetto The Sea and Cake ma anche per i lavori solistici del primo o la militanza nei Tortoise, pionieri del post rock, del secondo – che in aggiunta può vantare una più che prolifica carriera da multistrumentista, produttore ed ingegnere del suono. Due rappresentanti di una stirpe di geniali musicisti votati alla sperimentazione, stilisticamente in bilico tra i generi e che raramente deludono le aspettative degli affezionati fan. Viste le premesse, un album come questo Sons Of, realizzato in tandem dai due artisti, appare sulla carta come l’ennesima tappa di un percorso artistico ben preciso, coerente, sempre ammirevole, e su cui è facile andare tutti d’accordo. Perche come si dice, “Tutto nel mondo cambia tranne l’avanguardia”, e questa sicurezza risulta sempre (soprattutto in tempi di incertezze come questi) anche molto confortante.
Una collaborazione le cui premesse sono comunque già stata gettate da almeno un lustro, con Prekop e McEntire già presentatisi in coppia al pubblico in una serie di esibizioni live che hanno costituito una solleticante anteprima della formula sonora riproposta ora con successo nei quattro lunghi brani inclusi in questo LP, oltre ad avere fornito anche la materia prima in forma di tracce guida. Unendo l’imprevedibilità dell’improvvisazione compositiva a quella della sintesi modulare, i due gettano le basi per qualcosa di realmente eccitante e potenzialmente singolare. E bisogna ammettere che l’occasione non viene per nulla sprecata.
Il calore analogico dei synth e la spontanea fluidità delle strutture e dei groove che i due musicisti imbastiscono conferiscono a questo disco un organicità che sulle prime sorprende e che attraverso i ripetuti ascolti diventa sempre più coinvolgente, creando una sorta di piacevole dipendenza. Come è piacevole la sensazione di déjà-vu che l’ascolto del brano d’apertura A Ghost At Noon procura, rimandando la memoria alla cruciale ventina di minuti iniziali di Millions Now Living Will Never Die, classico senza tempo della discografia dei Tortoise appunto.
In questa occasione è l’energia inesauribile della cassa in quattro che dà il via a questo viaggio sonoro (luogo comune è vero, ma mai come in questa occasione completamente calzante) e che fa da motivo conduttore al tutto. Le sequenze circolari di note sono familiari, accattivanti e rassicuranti ma è il loro evolversi orizzontalmente, spesso in maniera imprevista, la modalità live ed il contesto generalmente “altro” che rende fresche ed avvincenti le labirintiche e lunghe tracce: Crossing At The Shallow e Ascending By Night che oltrepassano abbondantemente i dieci minuti di durata mentre la centrale A Yellow Robe si dipana indisturbata ma non priva di sorprendenti deviazioni per quasi venticinque minuti. Non convenzionali in senso strettamente “techno” ma che da quel vocabolario e da quella grammatica prendono molto in prestito per poi dimenticarne intenzionalmente le regole e reinventarne di sana pianta di nuove. In questo senso aderendo più ai precetti della libertà espressiva ed anarcoide di tanta elettronica teutonica anni 70 che al rigore senza compromessi perseguito dai maestri di Detroit e Chicago.
Infatti, mentre non sono pochi gli acts elettronici che hanno fatto della dimensione live, dell’improvvisazione e della contaminazione tra generi il proprio terreno artistico preferito (al sottoscritto vengono in mente, in un contesto più club-oriented, i sottovalutati Cobblestone Jazz ed i vari affiliati della label Wagon Repair, ma ognuno potrà riempire le caselle vuote come meglio crede) il fine ultimo perseguito resta sempre un po’ quello della funzionalità applicata al ballo. Prekop e McEntire sembrano incuranti di questo e liberi da costrizioni di formato.
Inoltre, in molti sono quelli che vantano la capacità di conferire calore e “umanità” al suono sintetico creato dalle macchine, e bisogna ammettere che raramente la missione è sembrata cosi compiuta e riuscita come in questo caso. Resta solo da sperare che questo Sons of non resti un episodio estemporaneo ed isolato ma sia solo l’inizio di una elettrizzante nuova avventura musicale.
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