Recensioni

7.4

L’iperattività compulsiva che ha sempre contraddistinto la carriera dello statunitense Ryan Adams è ben nota a tutti coloro che si siano avventurati nel labirinto della sua discografia. Oltre ai suoi lavori più ispirati dal punto di vista del songwriting – Heartbreaker, Love Is Hell, Cold Roses, Wednesdays – o quelli dalla compattezza e dal potenziale commerciale più elevati – Gold, Prisoner, Big Colors – nel corso della sua lunga e per certi versi complicata carriera, il musicista ha pubblicato in una forma o l’altra una lunga serie di album di profilo minore. A questi si aggiunge una lista non ben precisata di brani inediti che durante i decenni hanno comunque visto la luce in forma di bootleg, versioni live o streaming più o meno ufficiali. Un repertorio sotterraneo che con il passare del tempo ha acquistato, spinto dall’effetto valanga del passaparola, un’aura semi-leggendaria e che ha contribuito ad alimentare la fama di artista inconstante e volubile che Adams si porta ormai indelebilmente addosso. Il più mitizzato di tutti, l’album intitolato Blackhole.

Concepito alla metà degli anni 2000 e mai pubblicato ufficialmente, l’album viene finalmente dato alle stampe in versione vinile e CD con una tracklist che risulta differire in parte dai bootleg che per anni hanno circolato in rete, ma che comprende comunque alcune delle canzoni che i fan hanno avuto modo di ascoltare durante le esibizioni live di Adams o attraverso le piattaforme di social media sulle quali il rocker è particolarmente attivo. Tra queste Likening Love To War, Catherine, The Door, Starfire e Tomorrowland. Musicalmente l’impianto generale della raccolta di undici tracce si accosta a quello di album come Demolition (2002) e Rock N Roll (2003), dischi nei quali l’artista ha dato sfogo alle sue inclinazioni più muscolari, optando per un sound elettrico dai riconoscibilissimi accenti “smithsiani” ed un’urgenza compositiva e produttiva più marcate. Quella stessa che d’altronde è tornata a contraddistinguere alcuni dei suoi album più recenti.

A causa dell’assenza di note di copertina non è possibile risalire al periodo preciso di registrazione dei brani e con questo non è da escludere la possibilità che siano state effettuate modifiche e sovraincisioni successive agli anni 2000. Nonostante l’ascolto dell’intero lavoro faccia l’effetto di una capsula temporale non necessariamente rappresentativa di quello che l’artista si trova a fare al momento – impegnato come è da mesi in una serie di concerti che lo vedono riproporre i classici del proprio repertorio in versione acustica – la qualità complessiva delle canzoni presenti lo rende comunque consigliabile ai neofiti incuriositi dall’eccentricità del personaggio, mentre va da sé che per i fan si tratti di un appuntamento obbligato con quello che è stato giustamente definito “un classico discografico di culto”.

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