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7.5

Tagliamo subito la testa al toro, e che poi non se ne parli più: Wednesdays esce dal cumulo di cocci causato da uno scandalo mediatico che – a seguito della pubblicazione di un articolo diffamatorio da parte di una importante testata giornalistica statunitense – con il passare dei mesi ha acquistato sempre più connotati degni della peggiore cronaca rosa, e nulla (o quasi) di più. Molto fumo insomma… abbiamo un colpevole ma non un crimine. Ma è così che a quanto pare, funziona il mondo del rock nel terzo millennio: quello che nella metà del secolo scorso sembrava solo un ritmo alla moda, reso sconveniente da un provocante incontrollabile movimento d’anche del suo interprete più famoso, è diventato un qualcosa di molto piu complicato. Una zona grigia che non offre piu certezze, una terra di nessuno nella quale chi ci si avventura all’interno viene lasciato a vagare armato solo della propria bussola morale. L’album è tutto quello che resta (per il momento) dell’annunciata release in rapida sequenza di tre – primo dei quali l’ormai ampiamente mitizzato Big Colors – e ritirati strategicamente a seguito della ricaduta del suddetto polverone. Ma il dramma, le tresche, le bizze ed i colpi di scena ad effetto sono sempre stati il terreno fertile sul quale lo statunitense Ryan Adams ha capricciosamente costruito la propria fama ed il proprio fascino idiosincratico. Un arma a doppio taglio comunque, come si è potuto, anche dolorosamente, constatare.

Ma anche la definizione di “miglior songwriter della propria generazione” (classe 1974) gli è sempre calzata a pennello. Fin dai tempi burrascosi dei Whiskeytown, fondati nella metà degli anni 90 da un Adams appena ventenne, ed ancora di più con l’uscita, nel 2000, del suo primo album solista Heartbreaker, seminale per l’allora nascente movimento/revival intorno al genere cosidetto “americana”. A questo si è aggiunta una prolificità che ha del prodigioso, tra una ventina di album come solista o accompagnato dai Cardinals, più l’interessante esperimento di rilettura dell’intero bestseller 1989, firmato dalla star del country pop Taylor Swifts. A questi si aggiunge un numero imprecisato di album registrati e mai pubblicati e raccolte di rarità, demo e cover – quando disponibili solo in formato bootleg e per vie inufficiali – che nel corso degli anni non hanno fatto altro che alimentare ed ampliare l’aura che circonda il cantautore.

È in questo clima e con queste premesse che Wednesdays arriva a sorpresa sul mercato in versione digitale – mentre la pubblicazione in formato CD e vinile, su label Pax-Am con distribuzione Rough Trade, è prevista per il 19 marzo 2021 – a quasi quattro anni di distanza da Prisoner, il suo successo commerciale più grosso assieme all’album Ryan Adams del 2014. Dischi questi che lo hanno visto ripercorrere con convinzione, ed anche un po’ di furbizia, le orme di grandi del rock statunitense del calibro di Springsteen e Petty, e riproporne gli aspetti del sound più radio friendly. Il tutto arricchito da massicce dosi di chitarre “smithsiane”, per essere sicuri che un certo sapore 80s (particolare d’epoca sempre molto caro ad Adams) fosse avvertibile da tutti. Questo quasi a ribadire quanto il rocker sia prima di tutto un avido divoratore di generi e stili musicali, un fan tra i fans, ed in questo senso perfettamente in grado di capire le leggi non scritte ed i misteri della fascinazione per la cultura “pop”, i legami invisibili che si creano tra l’artista ed il suo seguito di ammiratori, ed usarli intelligentemente in gioco di ruolo in cui i cattivi sono le label discografiche, la stampa, “il sistema” insomma. In questo senso, quasi come forma di ricompensa per la fedeltà garantitagli, Adams è sempre stato molto accorto cercando di dare ai propri aficionados ciò che questi volevano ascoltare, in una sorta di simbiosi telepatica, come è nel caso di questo nuovo album, lampante esempio di come la somma possa essere maggiore delle sue parti e risultando, a conti fatti, come uno dei suoi lavori migliori.

Un ritorno che obbliga ad un immersione completa, in perfetto equilibrio tra mestiere ed ispirazione, diretto e compatto, ma soprattutto brutalmente onesto. Le canzoni costituiscono una sorta di crudo confessionale nel quale il suo autore espone in maniera dettagliata e dolorosamente esplicita fallimenti sentimentali, amicizie tradite, traumi d’infanzia, lutti. Tutti particolari di una biografia che chi ha confidenza con il personaggio conosce bene, ma mai come in questo caso esposti così direttamente e senza filtri. Dal punto di vista stilistico queste dieci canzoni – perfettamente e sapientemente prodotte – mostrano una parentela diretta con le atmosfere e le sonorità prevalentemente acustiche, intime e calde di classici quali Heartbreaker e 29 – chitarre acustiche, steel guitar, armonica, contrabbasso, pianoforte ed organo (Don Was e Benmont Tench parte dell’organico, stando alle informazioni rese pubbliche ai tempi con l’annuncio di Big Colors) – mentre anche la vocalità di Adams si fa per l’occasione particolarmente fragile, spezzandosi a tratti, adattandosi al carattere estremamente introspettivo dei testi, esprimendo vulnerabilità, solitudine, rimorso, rimpianto.

Lo stesso musicista ha spiegato: “Limbo. Questo è quello che è a volte il mercoledì. Forse un portale. Forse un ponte da attraversare. (…) A questo disco non faceva bene stare li a prendere polvere, in una pila assieme a tutti altri dischi che ho creato mettendo assieme pezzi rotti di me stesso. Mi è sembrato che volesse, o meglio, che avesse bisogno di uscire fuori e prendere aria.”. Sebbene le canzoni in esso contenute siano state composte precedentemente ai fatti già esposti, si ha l’impressione che per una perversa coincidenza ne descrivano bene il travaglio delle ripercussioni, il processo di parziale guarigione forse, a partire dall’ iniziale I’m Sorry and I Love You fino alla conclusiva Dreaming You Backwards, entrambe originariamente destinate a far parte della tracklist di Big Colors, passando per le musicalmente più essenziali, ma non meno intense When You Cross Over, Poison & Pain e So, Anyways, o la vitriolica invettiva di Birmingham. E per questo che per tempismo la sua pubblicazione risulta ancora più cruciale ed importante.

La grandezza di Adams in generale, e di questo disco in particolare, sta nella sua capacità di scrivere canzoni apparentemente semplici e dirette ma ingegnose nella loro capacità di resistere al passare del tempo e delle mode, e testi nei quali l’ascoltatore si può facilmente riflettere, riconoscere e fare propri. Il valore aggiunto di Wednesdays sta nel fatto che questa volta il musicista sembra voler mettere a nudo la propria anima senza più riserve, senza cercare scuse, nella tradizione di capolavori del calibro di Blood On The Tracks, On The Beach, Blue, Tunnel of Love. Stando a quanto reso noto il disco apre la strada ad altri due longplayer, a formare idealmente un altra trilogia. Il materiale di certo non manca. Per chi vorrà ascoltare ancora una volta, senza pregiudizi.

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