Recensioni

Timothée Régnier è in una posa che può ricordare vagamente quella di David Bowie in Low, e la lingua tedesca può sembrare un artificio per richiamare proprio la fase berlinese dell’ex Duca Bianco fatta di ricerca musicale a tutto campo e con elettronica d’avanguardia; la buona notizia è che non siamo di fronte a un tentativo di emulazione. E neppure a un disco freddo, nonostante la scelta di Rover di trascorrere mesi di lavoro in una location decisamente inusuale – una ghiacciaia, eiskeller in tedesco, situata a Bruxelles (Glacières Saint-Gilles, che ha ospitato anche incontri di boxe semi-clandestini) – in estate e nei primi mesi dello scorso autunno, portandosi dietro tutto l’occorrente. Tastiere, chitarre, un organo che fa spesso capolino. Una drum machine. Anche un computer, perfetto per mettere le idee in ordine e assemblare il tutto in modo sensato e armonioso.
Chi conosce il cantante e attore – parigino di nascita, cittadino del mondo in concreto – sa che gli piacciono le situazioni imprevedibili e non necessariamente confortevoli (scrive spesso di notte, preferisce registrare in analogico e spesso si avvale di un rudimentale quattro tracce), tuttavia stavolta è ancora più percepibile il distacco tra il calore e i colori della sua voce e il setting spartano, desolato, fatto di spazi immensi che emergono nella scena sonora, di riverberi e di strumenti lontani. Una voce con cui Régnier ha giocato ancor più che in passato – ora elevandola, ora stropicciandola con i filtri (l’autotune di Cold and Tired, con una base che ricorda certi Air), ora dandole una forza e una caratura quasi da soul singer (Rising High, con il suo richiamo a Oh My Love di John Lennon). A volte sottile come Robert Wyatt (Roger Moore), è capace di inebriarsi in falsetti di scuola Brian Wilson per poi tornare a ripercorrere terreni new wave e indie rock già esplorati nel buon disco di debutto (non stonerebbe in Antics degli Interpol un brano come Burning Flag, mentre Silent Fate tenta ed elabora una sintesi tra Jeff Buckley e gli A Flock of Seagulls di Wishing).
C’è ancora molta Inghilterra nel mondo sonoro e poetico di Rover. È chiaro sin dalla strofa di To The Tree, concepita come una lettera scritta a mano a un’amata, ma ancor di più in Wasted Love, che rievoca il Paul McCartney prodotto da Nigel Godrich e la quasi radioheadiana From the Start. La sequenza delle tredici canzoni può sembrare sfilacciata al primo ascolto, con cambi d’atmosfera anche repentini, ma riesce a dar maggior valore a singoli momenti che da vicino risulterebbero annacquati (il brit-pop fuori tempo massimo di For Ages e la melodia alla Travis della conclusiva Woys).
I Still Walk è uno di quegli episodi che abbiamo spesso trovato negli ultimi album dei Blur – un filler necessario, quella scorza che dobbiamo affrontare prima di poter gustare la polpa (un po’ come la voce da un telefono della title-track, quasi un intermezzo). È un pop d’alta scuola, quello che Rover ci consegna, ma grezzo per esplicita volontà del suo autore, a tratti persino sporco e lo-fi – ed è in quei momenti che tornano in mente i gioielli da lucidare del progetto Babybird di Stephen Jones.
Volendo essere severi, a volte si avverte la mancanza di quel generoso spirito critico di un musicista esterno capace di ravvivare certe situazioni e certe costruzioni melodiche che, al primo ascolto, suonano abbozzate e dal potenziale non del tutto espresso. Eppure, pur con le sue pecche, Eiskeller mostra un cantautore ormai maturo, sicuro delle proprie capacità a tal punto da eseguire molte parti vocali in una singola take e abile nel dosare e shakerare stili e influenze in maniera piuttosto convincente. Ci auguriamo, però, di non aspettare altri sei anni per il prossimo album.
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