Recensioni

“I’m a singer in the dark“. Oggi l’amore più inquieto, più vibrante, quello che ci tiene in pugno, ha un nuovo nome e arriva dalla Francia, anche se si esprime nella lingua più passpartout che ci sia: Rover, moniker di Timothée Régnier, è stato definito una next big thing prima ancora che uscisse il suo primo, omonimo album (pubblicato in Francia a febbraio e distribuito ora anche in Italia). Impossibile confonderlo: statura imponente, un volto che ricorda Depardieu e Meat Loaf, un timbro espressivo, virile ma vulnerabile, un’aria da bohemien e un bagaglio d’esperienze di vita e di ascolti che si intrecciano dando vita a un racconto che si sviluppa in undici eclettici tasselli.
Troppo semplice pensare che il nome sia solo un omaggio alle auto inglesi – “rover” sta per “viandante”, ed è di certo una definizione non troppo lontana dalla realtà. In trentatré anni Régnier ha viaggiato moltissimo: dalle Filippine a New York (dove ha studiato con alcuni componenti degli Strokes), dalla Francia al Libano che lo ha visto membro, con il fratello, di una band punk-rock. Le influenze sono le più disparate, tutte in bella mostra in quest’opera prima: figlio dei Beatles e di David Bowie (soprattutto quello della prima metà dei Seventies), il cantautore e polistrumentista fa propria anche la lezione di Jeff Buckley e di gruppi indie-rock inglesi e a stelle e strisce.
La sua voce è ora calda, ora spigolosa, grave ma capace di librarsi nell’aria in un arioso, malinconico falsetto, come si può notare nell’opener Aqualast. L’elettronica che riveste episodi come Remember (si pensi agli Interpol di Antics uniti a un Richard Butler meno abrasivo del solito) e Tonight (cocktail d’amor nero tra i Placebo e i Lotus Eaters) è ben centellinata, mentre un piano dolente scandisce il passo di Wedding Bells (come se Patrick Wolf rileggesse Le Chat du café des artistes al posto di Charlotte Gainsbourg). Il battello ebbro di Rover prosegue il viaggio tra le maree; dopo il buio più nero ci sono sprazzi d’intima quiete (Lou) ma è solo un’illusione, perché si ripiomba subito dopo in atmosfere di matrice radioheadiana (Silver). Quando Regnier mescola meglio le carte la sua proposta ci guadagna in compattezza, senza per forza cadere nella banalità. È il caso di Carry On, una vera highlight: una strofa alla My Way si adagia su arpeggi di synth in stile Grandaddy appena sullo sfondo, fino a quando il robusto ritornello si fa spazio e s’innalza, lirico, alla ricerca di un orizzonte.
Nonostante qualche passaggio un po’ forzato e la sensazione che certe pose da maudit siano troppo costruite, questo debutto ha più pregi che difetti. Se la ricchezza di stili facilita la scorrevolezza del tutto, dall’altra non sempre fa capire bene chi abbiamo di fronte (maschera glam e chanteur confidenziale anche nella stessa canzone). Uno, nessuno e centomila. Col tempo Rover riuscirà ad elaborare una proposta più personale emancipandosi da numi tutelari che, messi insieme, non sempre vanno d’accordo, ma per il momento possiamo accontentarci.
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