Recensioni

È un ritorno che sa di conferme, quello di Rostam Batmanglij, con l’aggiunta di uno step importante in fatto di identità e riconoscibilità. Avevamo apprezzato il coloratissimo Half-light per le sue linee in technicolor tra i Coldplay pre-smottamento e i Tame Impala o comunque per il dialogo tra le esperienze da producer per Vampire Weekend, Leithauser, Frank Ocean (ma non solo) e caratteristiche vocali personalissime. Parlando di Half-light Bridda diceva che «la bontà del disco la si gode anche nella sua polpa più intima, su un piano latatamente autobiografico, come una astratta mappa psico-geografica a ricalcare temi quali la lontananza (nel 2013 Rostam si è trasferito da New York a Los Angles), l’amore, l’omosessualità e, non ultima, la famiglia con la quale il Nostro si ricongiunge anche a livello di tradizione musicale in un brano dal gusto cameristico e mediorientale».
Ora, dopo cinque anni da quel debutto-non debutto nel mondo del pop elegante, Changephobia vede la luce in un’America che si lecca le ferite di una gestione pandemica a dir poco discutibile e che perde progressivamente pezzi all’interno dello scacchiere internazionale. Rostam affronta la paura del cambiamento e, più in generale, delle diversità da un punto di vista trasversale: dal momento che la paura è un male ormai endemico, vuole trasmettere a chi ascolta un mood esattamente opposto. Le mille fobie che culturalmente ci intrappolano altro non sono che una gabbia, «a fear of the unknown, of a future that is not yet familiar, one in which there is a change of traditions, definitions, and distributions of power». Una volontà genuina e un’ispirazione nata per caso dalla conversazione avuta dal Nostro su una panchina con uno sconosciuto: in quel casuale rendez-vous Rostam ha raccontato molto della sua vita e dei cambiamenti occorsi negli ultimi anni.
Il sound, rivisto e corretto rispetto alla produzione precedente, era già in seno agli ultimi due album co-prodotti da Rostam: Immunity di Clairo e Women in Music, Pt. II delle HAIM.Un ritorno alle chitarre importante, riferimenti alla psichedelia dei ’90, nuove chiavi jazz e interludi fantascientifici fanno di Changephobia un album che rispecchia, probabilmente più del precedente, l’identità dell’artista americano. I trentasei minuti totali dell’album sembrano perlomeno il doppio poiché dilatati e ricchi di sperimentazioni sonore: se dal calore diffuso del sax di Starlight al jangle pop di 4runner il passo sembra azzardato, guardando nel microscopio risulta invece tutto coerente e quasi mai fuori posto. Proprio come quelle due cover (Train in vain dei Clash e Fruits of my labor di Lucinda Williams) messe in chiusura a ricordare che lavorando su se stessi si possono affrontare le paure che ci angosciano continuamente in questo mondo: «I been tryin’ to enjoy all the fruits of my labor/ I been cryin’ for you boy but truth is my savior».
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