Recensioni

Il 2020 è stato per Skelton un anno di riforma. Un uso più invadente dell’elettronica ha condotto il musicista inglese in un territorio di rinnovata consapevolezza dei propri mezzi: drone e folk music, ovviamente, ma rivisitati sotto una nuova abile lente deformante. Meno spessore romantico, più riflessiva introversione. Il nuovo lavoro trova una possibile via d’uscita dall’angolo elettronico in cui Richard si era cacciato, equilibrando le diverse componenti della sua musica.
L’equilibrio è uno dei temi che sottendono al nuovo disco, a partire dal titolo che richiama la mano guidoniana, antico modus di mappare le sei corde usato dai cantori medioevali. E’ un riferimento che Skelton sembra usare sotto una duplice chiave di lettura: da un lato l’esigenza, che appare sempre più evidente, di riflettere sulla propria musica in termini di strumentazione e convivenza di elementi eterogenei, dall’altro un evidente commento riflessivo sulla condizione dell’umanità ai giorni nostri. A rinforzare questa seconda ipotesi, il fatto che i titoli dei brani siano tutte citazioni prese da Thomas Browne, filosofo britannico del Seicento, famoso per due opere in particolare: Religio Medici e Pseudodoxia Epidemica, con cui sostanzialmente confutava superstizioni e credenze popolari, scagionando la classe medica da improbabili accuse di eresia.
A Guidonian Hand assume quindi le fattezze di un piccolo compendio sulla qualità della vita umana, assemblando dieci registrazioni eseguite tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021. Il discorso strumentale semmai si complica, a dispetto di una sorta di basso profilo che sembrano assumere le composizioni nel momento in cui ti accorgi che Skelton sembra meno risoluto di quanto non fosse in passato nel trovare una strada verso la melodia. Per questo il minutaggio è più contenuto e le composizioni sembrano dieci idee di scenografia. La strumentazione alterna violoncello, legni, piatti e piano all’ormai consueta iniezione di minimal elettronica, costruendo un percorso a suo modo inedito tra i territori acustici e digitali.
Con un lavoro così omogeneo ha poco senso parlare di highlights o brani chiave, ma i due episodi che probabilmente si fanno notare di più sono la scurissima in the altar burnt offerings e la conclusiva the late afflicting fire: in entrambe il contrappunto di piano diventa fondamentale ed è se possibile un nuovo punto di svolta nella ricerca stilistica di questo instancabile musicista inglese.
Amazon
