Recensioni

4.5

Rapiniamo il duce è solamente l’ultimo dei tentativi finora vani che la produzione cinematografica italiana ha fatto per tentare di resuscitare il cosiddetto cinema di genere nel nostro Paese. Da quasi un decennio la commedia, genere simbolo da queste parti e fonte primaria degli incassi al botteghino, è in completa agonia e pare aspettare solo di poter esalare l’ultimo respiro. Lasciando in disparte rare eccezioni, configurate attualmente nel fenomeno Checco Zalone, sono davvero pochissimi quei prodotti che rinnovano l’appuntamento con il pubblico italiano e fanno prosperare la nostra industria.

Allora, da qualche anno a questa parte, complice anche l’intercessione delle piattaforme streaming (con le serie sempre più gettonate, vedi Suburra, Bang Bang Baby, Curon), si è tentata la carta del ritorno al genere, con effetti deludenti se non completamente disastrosi. Ci aveva provato la stessa commedia all’italiana a reinventarsi in tal senso con il dittico Non ci resta che il crimine / Ritorno al crimine, così come ci prova da anni Gabriele Mainetti a infarcire le nostre produzioni con gli stilemi del cinema americano (Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out), ma è sempre come se si continuasse a sparare a salve. Ed è esattamente quello che fa anche Rapiniamo il duce, ultimo film di Renato De Maria che torna a collaborare con Netflix tre anni dopo Lo spietato.

Lontanissimo dai tempi di Paz! (2002), l’ultimo prodotto di De Maria è pensato esclusivamente a uso e consumo di un algoritmo ormai stanco e ripetitivo, che utilizza la formula del “si può fare anche in Italia” applicata al cinema tarantiniamo, dimenticando però quelle strutture fondamentali che Quentin Tarantino costruisce a impalcatura delle proprie narrazioni. Quando giriamo per la Parigi occupata dai nazisti di Tarantino percepiamo la stessa paura e il terrore negli occhi e negli sguardi dei protagonisti, cosa del tutto assente in Rapiniamo il duce, in cui una noncurante Yvonne (Matilda De Angelis) va in giro per la Milano negli ultimi giorni del secondo conflitto mondiale (i più terribili) come se nulla la tangesse. In Bastardi senza gloria, Tarantino, utilizzando il genere e gli strumenti che sono propri del cinema, raggirava la Storia per riscriverla, anzi per redimerla (come hanno poi dimostrato successivamente Django Unchained e C’era una volta a… Hollywood), mentre qui De Maria si serve del genere come pretesto per portare avanti una storia del tutto priva di mordente, di idee e perfino di rispetto per la Storia (in quest’ultimo caso, non prendendo neanche una posizione netta).

Rapiniamo il duce è un heist movie (film di rapina per i meno avvezzi) che pecca perfino in quella che doveva essere la sua parte cruciale: la messa in scena del colpo, che appare confusa quanto tutto il resto. Tra un protagonista impalpabile, personaggi di contorno caratterizzati con appena due battute (l’aiutante appassionato di fumetti americani negli anni ’40 italiani!, il riferimento del padre del protagonista a Fiume lasciato morire in sede di scrittura, Maccio Capatonda costretto a un’unica battuta per tutta la durata del film), si procede per accumulo di “non idee” fino al prevedibile finale.

Infine, ed è la cosa che fa più male allo spettatore arrivato alla conclusione privo di qualsiasi motivo di interesse, De Maria elimina, non si capisce per quale motivo masochistico, lo scontro finale con il villain di Filippo Timi (forse il personaggio più interessante, anche se bidimensionale come il resto del cast), relegando la sua sconfitta a un flashback di pochi secondi. Se si vuole continuare a calcare la mano sul cinema di genere lo si deve innanzitutto capire, dopodiché lo si dovrebbe rinvigorire con delle idee. Se tanto ci dà tanto, almeno il (brutto) Diabolik dei Manetti Bros. aveva il merito di portare avanti una precisa idea di messa in scena. Rapiniamo il duce, invece, strappa qualche risata e intrattiene senza scontentare nessuno, ma a che prezzo?

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