Recensioni

Swans Are Dead. Sì, è il titolo di un live album del 1998. Ma non è di quello che parliamo. Non è di quel tempo. Parliamo di oggi. Michael Gira lo ha detto e ribadito: gli Swans, o meglio questi Swans a breve non ci saranno più. Swans ist kapputt – per usare le parole del leader, più categorico (e imperativo) che mai –… «Finis! Ja! Adios! Bye Bye.» Ma non gli Swans in generale, gli Swans per come, diciamo, li conosciamo da The Seer in poi (meglio, dal ritorno live di fine anni zero da cui avrebbe preso forma anche la musica di quell’album). Noi pubblico italiano così non li rivedremo più. E nonostante la “morte” annunciata (il 28 novembre 2025 con l’ultima data di questo tour europeo?) abbiamo osservato ascoltato e tremato con tutto il corpo come se fossero più vivi che mai – dei “morti viventi” più vivi non si sono mai visti.

Riassumere telegraficamente le impressioni della serata – non la più imponente o spettacolare forse ma tra le più compatte e coinvolgenti a cui mi è capitato di assistere quando ho visto il gruppo dal vivo (da Torino 2010 a oggi, passando per Bologna 2012 più qualche data milanese) – è come cercare di afferrare un inafferrabile che ti sommerge e ti sfugge allo stesso tempo. Gli Swans degli ultimi quindici anni si esprimono sulla misura di blocchi di dieci, venti, o anche trenta minuti di musica senza soluzione di continuità, grandi movimenti con traiettorie che si incrociano, si dissolvono e si spezzano, introduzioni che sembrano non finire mai tanto da non essere più introduzioni ma qualcosa di diverso, jam semilibere, guidate con piglio “dirigista” verso un accumulo prima graduale e poi parossistico, stordente, di suoni – e di decibel. Michael Gira avrebbe deciso di tagliare con questo big sound per dedicarsi ad altra forma – comprensibile, anche per non stancarsi e per non stancare. Birthing, da questo punto di vista, è ancora un ottimo lavoro – poderoso e certosino allo stesso tempo – ma qualunque vena prima o poi si esaurisce e il cambiamento di per sé è già uno stimolo, soprattutto per chi con determinazione e anche con una certa spavalderia ha sempre guardato avanti e continua a farlo – paradosso – persino con un progetto che in questa incarnazione attuale dovrebbe essere agli sgoccioli.

Un disco che parla di nascita, Birthing, sarà a questo punto l’ultimo passo in studio degli Swans “2.0”. Ma noi sappiamo già di non essere qui per sentire i brani “nuovi”. Avremmo dovuto farlo nel tour precedente – se per “nuovi” intendiamo i pezzi usciti su LP la scorsa primavera. Nei concerti degli Swans domina la musica “in divenire” quella che si compone e sviluppa in quel momento, quella che si trasforma e si evolve instancabilmente in modo organico e collettivo. Ciò che ha reso la loro reunion non solo più longeva e meno occasionale, ma qualitativamente diversa da tantissime altre. Mai una celebrazione sterile del passato, mai l’idea di ascoltare qualcosa di già sentito e di previsto (poi essere imprevedibili sempre credo non riesca a nessuno, è impossibile).  «Non siamo una pop band che suona canzonette» ci raccontava Michael Gira undici anni fa. «Ci interessa continuare a crescere in un contesto in cui da un momento all’altro il terreno ti può franare sotto i piedi, credo che sia più eccitante così.» E così è stato, anche in questo limbo la band continua il suo work in progress continuo. E continua a essere eccitante. Prendo ad esempio uno dei commenti a un video dello show di cui stiamo scrivendo appena pubblicato su youtube: è di un fan americano che non vedeva l’ora di consumarlo, curioso di sentire come fossero cambiati i pezzi dal concerto di Dallas. Il concerto di Dallas è stato due mesi fa, il 9 settembre. Con quali altri progetti musicali “rock” oggi succede qualcosa del genere?

Si tratta comunque di un live celebrativo, a suo modo. Di una celebrazione. Di un rito. Ma anche di una fine. Però di una fine che si autoesclude: metà scaletta è ancora di inediti, come se la storia dovesse continuare (e in un modo o nell’altro lo farà). Primo: The End of Forgetting. Un condensato di storia dei “cigni” (neri, ovviamente) di New York. In tutta la lunga costruzione che da un ostinato di sola chitarra acustica porta a un finale in crescendo di bellezza e tumulto da orchestra contemporanea, si rincorrono, con passo solenne o sbrigliato a seconda dei momenti, ectoplasmi del blues deviato delle origini, della ripetitività monolitica di Cop – nell’intro più che minimale–, spettri di Children of God, White Light from The Mouth of Infinity o perfino The Great Annihilator – in una country music altrettanto fantasmatica – e l’apoteosi del big sound del XXI secolo – nella cavalcata finale. Quasi quaranta minuti per la stragrande maggioranza strumentali, per cui Michael Gira usa forse cinque accordi in tutto (!) mentre intorno a lui sei musicisti sprigionano potenza e fantasia. Dovremmo citarli tutti: “Filippo” Puleo e Larry Mullins stanno al centro dietro di lui e tengono le redini, armoniche e ritmiche; alla sinistra di Gira ci sono Chris Pravdica e l’inossidabile “matematico” Norman Westberg: spesso li vediamo in pausa ma quando entrano si fanno sentire; dalla parte opposta Dana Schechter e Kristof Hahn armeggiano con due pedal steel che sono appunto ferro ma possono anche essere leggere come piume, dei violini oppure delle macchine infernali.

È una formazione di musicisti eccellenti, versatili e affiatati guidati dal solito direttore-sciamano nerovestito con i lunghi capelli bianchi pettinati indietro, che incute timore pure quando ti ringrazia. È bastato un suo iniziale «No cell phones please», per inibire una delle pratiche più abusate nei concerti; al suo invito invece quasi tutti hanno lasciato i loro posti a sedere per unirsi alla band in una danza sconnessa ma contagiosa a due bassi e doppia batteria che ha introdotto The Merge, l’unico brano da Birthing. Tornando agli inediti, ce ne sono altri due, al centro del concerto e alla fine. Little Mind è una “semplice” ballata, una sorta di intermezzo in cui Michael è da solo con Larry Mullins alle tastiere, e Phil Puleo entra solo con i piatti nei secondi finali. Suoneranno forse così i prossimi Swans che ha in mente Gira. Chissà.

Newly Sentient Being ha qualcosa di pinkfloydiano, verso la fine, nel blues cedevole e avvolto di echi psichedelici che precede l’intervento di armonica e il finale insolitamente sfumato; prima c’è stato il solito saliscendi tra un incedere minaccioso, l’incaglio in una ripetizione ultraossessiva, snervante, la sospensione, il deliquio declamatorio di Gira e la forza di un climax ritmico in cui agiscono anche due rullanti in combinata (Mullins e Puleo). Nemmeno i brani conosciuti sono davvero come li conoscevamo: Paradise is Mine ha uno swing assassino. E il pezzo più easy, Little God In My Hands, è diventato altro: da strano funk-blues con un twist di darkitudine (ed è la cosa più vicina a un pezzo dance degli ultimi Swans. Figuriamoci un po’)  a industrial-jazz con momenti di pura violenza sonora (in pratica ogni ribattuta di basso di Chris Pravdica è una sprangata sui denti).

Non è la scaletta, che pure abbiamo sviscerato, la cosa più importante. È l’insieme, è l’esperienza, vedere il “rito” interpretato da ogni musicista con il massimo coinvolgimento, la massima attenzione, la massima energia, cura, vocazione. Il lavoro costante sulla stessa identica scaletta ripetuta in tutte le date, cos’è se non un altro climax che parte da una ripetizione ciclica, come gran parte della musica che si è sentita stasera (dopo l’ottima introduzione di Jessica Moss con il suo violino e i suoi drones, non dimentichiamoci neppure lei). Il concerto degli Swans è come una di queste composizioni multiformi che ti sommergono e sfuggono da tutte le parti; va afferrato, per quanto possibile, nel suo insieme. La sua essenza è il sound totale, «questo sound che è più grande di noi, che apre una porta nel cielo da cui possiamo accedere al Paradiso». E adesso che il big sound non ci sarà più, che il suo creatore maximo ha annunciato che cambierà? Questa ascesa infinita in cui tutto può franare continuerà? Stiamo assistendo alla conclusione di un ciclo, ma in una dinamica che per sua natura sembra ancora aperta e senza limiti: c’è ancora voglia di sperimentare, c’è ancora voglia di fare. Per questo siamo curiosi. Lunga vita agli Swans, sotto qualunque forma.

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