Recensioni

7.5

Torna e riprende il discorso da dove lo aveva lasciato al termine di Leaving Meaning, il grande vecchio del noise americano. Ovvero da una grandeur monolitica che a ben vedere ha segnato tutta la fase 2.0 dell’esperienza Swans. Ora la fine è (stata?) vicina, il rimescolamento è strutturale, nei componenti come nell’approccio a una materia musicale che è come al solito fluviale, pachidermica, dal peso specifico altissimo ma meno monolitica che in passato. Più screziata e meno monodimensionale, meno potente almeno come impatto, più delicata se il termine non stridesse un po’ se accostato a una band e a un suono simili, di una delicatezza ancestrale, quasi bucolica in certi passaggi.

L’arpeggio dell’iniziale The Parasite, ma anche quelle atmosfere sospese, solenni e intime, proiettano subito all’esperienza Angels Of Light, mai troppo celebrata e dicono molto di un passaggio di scala in casa Gira. Perché non ce ne vogliano gli altri che lo accompagnano in questo nuovo (vecchio) corso, gente dal curriculum spesso e denso come Phil Puleo o Ben Frost, ma The Beggar è puro concentrato made in Gira.

Però The Beggar è pure un disco di canzoni, ma canzoni come potrebbe concepirle uno come Michael Gira. Sinistre, malate, ossessive e ossessionanti ma lontane dal sovrappiù ormonale, da quella violenza a volte caricaturale nel suo essere eccessivamente sopra le righe, volontariamente destinata ad annientare la volontà dell’ascoltatore, a possederlo anche fisicamente, che ne ha segnato la fase precedente e che ci fa pensare, mentre aleggiano ancora le accuse sul suo conto, a qualcosa di molto lontano dall’atteggiamento maschio e bruto dei precedenti.

No More Of This, ad esempio, è una nenia (quasi) dolce che per tematiche e sonorità probabilmente mai sarebbe entrata nei dischi monumentali dell’ultimo periodo; The Ebbing è una elegia celestiale tra ipnosi da reiterazione e visioni trascendenti; Los Angeles: City Of Death è animata da sentimenti velvettiani in chiaroscuro e (ehm) quasi pop; la luminosa, quasi bucolica pastorale gioiosa di Michael Is Done (con nel testo indizi di ciò che ne sarà in futuro, di Michael) che trasforma la circolarità e l’ossessività in una specie di girotondo infantile sono esempi di questo procedere.

Ovviamente è la monolitica, stavolta sì, The Beggar Lover (Three) coi suoi 44-minuti-44 di durata a rendere appieno il senso di questo ennesimo mutamento. Traffica con la classica e con la contemporanea al punto da sembrare una versione droning di Ligeti o similia, dilata lo spazio sonoro ben oltre il concetto di suite, intervalla esplosioni tribaloidi e meditazioni intime, riassume e rilancia il mondo Swans senza mai prestarsi al già sentito. Ovvio, quest’ultima affermazione va presa con le molle perché tutto è ricombinazione ormai e l’universo Swans non ne sfugge, ma c’è questa nota di luce, fioca quanto si confà al personaggio, che sembra gettare qualcosa di nuovo, uno spiraglio, un accenno, una apertura verso il futuro che in una suite dalle dimensioni di The Beggare Lover (Three) è più di una dichiarazione d’intenti.

Cambia pelle, Gira e cambia pelle la sua creazione/doppio/alter ego, ma non cambia affatto. Si modifica, pone in essere slittamenti più o meno percettibili, ma è coerente con se stesso prima che col mondo esterno e ogni passo è ben calibrato e meditato. Ogni passo, va da sé, è anche giusto e centrato, come sempre e da sempre e qualunque sarà il prossimo – l’addio? un ritorno? l’ennesimo cambio di pelle? – saremo sempre qui ad accoglierlo come è giusto che sia, perché il grande vecchio è uno dei pochi davvero, sinceramente, rimasti fedeli a se stessi senza diventare macchietta.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette