Recensioni

7.3

Dopo una decennale carriera e numerose pubblicazioni in lungo e in largo, Foodman – al secolo Takahide Higuchi – si è costruito una reputazione di tutto rispetto. Premessa, questa, che ha senz’altro avuto gran peso nel suo approdo sotto l’ala Hyperdub per l’esordio sulla lunga distanza, Yasuragi LandDiciassette bon bon mordi e fuggi, prosciugati da ogni profondità ventrale ma non per questo meno arzigogolati nei (poli)ritmi, che guardano dritto in faccia il juke attraverso una lente molto – semplifichiamo – zen. Lo potremmo definire, chessò, intelligent juke, se proprio volessimo trovargli una collocazione – ma si sa, le etichette lasciano il tempo che trovano.

Yasuragi Land è un disco che vive del suo essere in larga parte cerebrale anziché fisico e danzereccio, ma che non per questo si smarca dall’attenzione della label di Kode9 verso la materia musicale che si coagula attorno ai beat. Lungi dal guardare al lato più distopico della footwork come unica cosa rimasta da ballare alla fine del mondo, Foodman apparecchia invece frivolezze labirintiche tra le quali ora intarsia divertissements campionati (Ari Ari, Shikaku No Sekai, Iriguchi), ora scorci jungle (Parking Area, Yasuragi) o veri e propri incastri ritmici (Shiboritate, per citarne una dal mazzo) che nello spirito e nella forma al sottoscritto hanno – chissà perché – ricordato anche certi cazzeggi d’epoca su YouTube. Non è del tutto fuoriluogo, forse, questo parallelo: animato da un medesimo desiderio di diventare una one-man band virtuale, Highuci gioca a sequenziare i propri loop di chitarra e batteria (la conclusiva jam Minsyuku ne è la ciliegina) per inscenare dinamiche in una certa misura collettive – e che in un paio di occasioni lo sono per davvero: nel quasi-singolo dal sapore Yellow Magic Orchestra virati samba con la nenia (qualcuno qui a SA ci ha sentito i Residents virati giappo) di Taigen Kawabe dei Bo Ningen (Michi No Eki) e nell’ulteriore tuffo in area 80s lounge nipponici spalleggiato da Cotto Center (Sanbashi). In effetti è proprio questa la dimensione, quella non certo ambient ma di un intrigante arredo sonoro dal quale contemporaneamente si può essere catturati o sul quale poter posare uno sguardo distratto, trovandone ogni volta un dettaglio, una prospettiva, un rimando.

Animato da un intento intimamente giocoso, Foodman si muove con la serietà del bimbo impegnato a sperimentare, dando vita a nessi imprevedibili e a un caos ammaliante. Quasi come utilizzasse le tessere di un puzzle non seguendone la forma ma raggruppandole per colore, creando tramite altre strade, insomma. Quel che ne risulta è un disco folle, nella misura in cui dà alla realtà una visione davvero personale e unica, quand’anche contorta e difficile a prima vista. Di ostico, in verità, una volta usciti da questo tunnel caotico, non c’è veramente nulla: perché i quaranta minuti di durata scivolano via sorprendentemente leggeri, vuoi anche per le brevi composizioni da un sol boccone; con la chitarra quasi-midi che fa capolino tra una cacofonia di sintetizzatori e percussioni, i campionamenti e i motivetti da videogame; con una tale quantità di caleidoscopici arzigogolii da rimanere storditi e inebetiti per almeno tre o quattro ascolti.

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