Recensioni

Erano partiti particolarmente ammantati i Postiljonen, con i venti di quella Rivers che li ha lanciati nella prima metà del 2012 (ed è qui riproposta) a raccontarli come cuginetti dei jj con l’ammiccamento lungo su Enya. Si sono poi rivelati progenie diretta della Sincerely Yours (meno “laid-back” e) più “elettronica”, e diremmo come la stragrande maggioranza del più recente pop scandinavo, non fosse che non è cosa da tutti (e di tutti i giorni) il trovarsi esaltati su più fronti web sotto l’effigie di “nuovi Air France”.
Per quanto le leggende sia sempre meglio lasciarle al loro posto, va detto che il paragone ha un suo fondamento ed è comunque ben lungi dal far gridare all’eresia. Se è vero, infatti, che la pratica del sample che è frammento di dialogo filmico (e vuol suonare come snippet di ricordi radio) è piuttosto comune fra gli artisti nordici, lo è altrettanto che sono pochi i nomi che ci saltano alla mente ad aver così brillantemente catturato lo spirito “childlike”, la gioia immacolata delle composizioni di Joel Karlsson e Henrik Markstedt come fatto dai Nostri negli slanci di We Raise Our Hearts e Skying High.
Sono poi, a maggior ragione, forse soltanto i Postiljonen a poter rivaleggiare con gli Air France (nel post-Air France) quanto a piena internazionalizzazione del pop balearico di matrice svedese: dove i producer “padroni di Göteborg” mostravano fascinazioni europeiste (con tanto di album UK garage in cantiere prima dello scioglimento), qui la mossa è la più ovvia e di tendenza, tutta all’insegna della globalizzata passione di ritorno per gli Eighties.
Il punto di riferimento chiave non può che essere l’adoratissimo M83 ed è innegabile che, su questo versante, “l’effetto trasferello” finisca per essere episodicamente fin troppo marcato, con i pad delle percussioni e le nuvole synth-gaze che sono quelle di Anthony Gonzalez, con Supreme che è praticamente Midnight City con spina dorsale tropical e Atlantis che ha persino quel solo di sax (o quasi) a farci attendere per una parodia Youtube della serie “Bill Clinton plays Postiljonen”.
Eppure non ci sembra il caso di condannare questo disco d’esordio soltanto perché l’originalità non è il suo forte. Skyer è ben prodotto e curato in ogni virgola, coerentissimo e riuscitissimo nello stereotipare la Scandinavia come la borghesia fatata che ci piace sognare; possiede un parco singoli stellare che è l’ennesimo bastone tra le ruote del successo del prossimo Washed Out e ha tutte le carte in regola – compreso il cantato sussurrato tra Maria Lindén e Elin Kastlander – per farci affezionare, per essere avidamente consumato ora e rispolverato alla prossima estate e ad ogni estate. Come regolarmente facciamo, d’altronde, con No Way Down.
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