Recensioni

Davanti a sé, un castello di 30 televisori, tutti sintonizzati su canali diversi. Il risultato? ‘Energia’…
Also sprach Alessandro Orlando, riferendosi ad un suo (presunto) incontro con il geniale (o furbo?) Mario Schifano, durante uno dei suoi numerosi “vernissage”. Lui (Orlando), gran visir degli affabulatori catodici, principe del foro – sì, della lobotomia, che molti dei suoi telespettatori hanno, loro malgrado, subìto – venditore di fumo e di promesse che, con voce cavernosa e suadente, da doppiatore consumato col vizio del fumo, ha illuminato e pennellato (è proprio il caso di dirlo) le nottate di molti deambuli dello zapping compulsivo con il suo linguaggio forbito, la prossemica ipertrofica, rigida, chimicamente alterata, in quelle che potremmo comunemente definire “televendite”, ma che faremmo presto ad etichettare come autentiche performance di avanspettacolo, consumatesi in studi enormi e spogli, dalle luci fredde e dal pavimento lucido – quello sì, il suo palcoscenico, per circa vent’anni, fino a quando Telemarket (il vaso di Pandora assoluto per molti turisti dell’osceno, soprattutto di scuola YouTube) chiuse i battenti per “oscure” motivazioni (economiche, of course).
Ebbene, questo prolisso preambolo per raccontare da vicino, al microscopio, l’universo a cui fa riferimento Canale Paesaggi, secondo album dei padovani Post Nebbia, che si apre proprio con le parole dell’Orlando Furioso: una fauna in cui molti teledipendenti, insonni, e semplici curiosi con meno di un cazzo da fare il mattino dopo si sono imbattuti, e i coraggiosi che sono riusciti a sopravvivere per raccontare la storia, sono tornati indietro con un bagaglio memetico di gran valore e foggia.
Carlo Corbellini, classe ’99, il Kevin Parker della situazione (lui arrangia, suona, produce, rammenda stira cuce e lava), dev’essere un vero appassionato di queste stramberie – quello che un tempo, senza troppi giri, veniva chiamato ‘trash’ (no, non quello della Bay Area, niente pentacoli e reami di sangue, niente seek & destroy, niente doppie casse). Il suono dei Post Nebbia è infatti la centrifuga del postmodernismo più sfrenato, perché si va dalla citazione quasi spudorata di alcuni pilastri del pop moderno (Tame Impala è proprio la primissima cosa che viene in mente), ma anche di un suono, di un’estetica, figlia del tramonto di myspace, la chillwave (no, non è una parolaccia), il copia-incolla sonoro, found footage raro seppur disponibile a tutti, una finestra sull’allucinazione collettiva dei 15 minuti di fama warholiana.
Non è un caso che uno dei singoli più significativi s’intitoli proprio Televendita di Quadri, con un incedere soul da Motown mutante ed elettronica organica, caldissima, in cui a un certo punto Corbellini dice: «Mi sto rovinando per voi», forse parafrasando un altro leviatano delle teletruffe anni Ottanta, il mitico Sergio Baracco, agitatissimo, irruento, affetto da rotacismo, che non poteva e non voleva di certo camuffare («Ho voglia di strhafarhe, mi voglio rhovinarhe»), in uno spettacolino che più che promozione commerciale sapeva di autentico terrorismo psicologico.
E poi abbiamo Persone di Vetro, ottimo groove (un plauso speciale alla sezione ritmica), molto più acida e in quota Neon Indian primo periodo, in cui appunto il protagonista (altra nota di merito, stavolta legata ai testi: l’utilizzo della prima persona singolare) è circondato da «persone di vetro, che mi danno le notizie del giorno», e che «si sente deficiente», evidentemente dopo ore e ore di televisione coatta e mentalmente inquinante. Forse il protagonista a un certo punto impazzisce, perde la brocca totalmente, tanto da avere «flashback del Vietnam» (in Vietnam, appunto), e l’arco narrativo pare avere una sua logica, nel maelstrom di intermezzi “assemblati” con parti varie di video, tormentoni, suoni talvolta raccapriccianti, altre volte psichedelici (anche nel senso più “oscuro” se vogliamo), riferimenti meta e non, sonori e “visivi” – essì, un album così ha una forte componente video, parlando appunto di TV ma anche di qualsiasi altra cosa sia indotta dal culto dell’immagine, che ha inevitabilmente prevaricato qualsiasi altro tipo di modalità di fruizione ed esperienza, grazie alla crossmedialità data da più supporti fisici e non (social inclusi, ovviamente).
Ottimo album, questo Canale Paesaggi, il cui titolo già sottintende la sfera effimera dell’esperienza voyeuristica, del guardare ma non toccare, del sapere e vedere, ma non esserci: l’assenza fisica, la presenza ovunque, nel mondo.
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