Recensioni

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Nonostante il grande hype che la accompagnava – ormai dieci anni fa – ai tempi di Poppy.Computer (2017), Poppy non è mai diventata una vera popstar. Ma forse fin dall’inizio non era quello il progetto, dato che già dal secondo album Am I a Girl? l’americana ha iniziato ad uscire da certi binari teen-electropop avventurarsi progressivamente verso territori metal-friendly poi calcati in pieno nel 2020 con l’album I Disagree ed estremizzati poco dopo – in modo piuttosto rivedibile e amatoriale – nel passaggio minore Music to Scream To (materiale powernoise in pratica). Poi le asperità si sono attenuate (pur rimanendo in contesti rock) con Flux e le sue derive più vicine allo shoegaze, al dream pop e in generale alle sonorità 90s, per poi tornare a sbattere la testa (con risultati meno convincenti) in zona electro con Zig, prima di abbracciare (definitivamente?) il credo del nu-metal moderno con Negative Spaces.

In questo senso il nuovo album Empty Ends è forse il primo lavoro di Poppy in cui i cambiamenti rispetto al disco precedente sono ridotti ai minimi termini: nuovamente alt/nu-metal con una spruzzata di metalcore melodico e di industrial qua e là per donare un po’ di varietà ad una proposta che con maggiori influenze djent non sarebbe troppo distante da quella targata Spiritbox e con maggiori estetiche pseudo-goth a quella degli Evanescence (non a caso Poppy ha recentemente collaborato con le leader di entrambe le band nel singolo End of You).

Una sorta di metal-doll che sfrutta gli stereotipi del metal più plasticoso per provare a tenere a freno una vena pop spesso ingombrante: in alcuni frangenti il gioco funziona con ritornelli aperti caratterizzati da linee vocali furbe ma valide (vedi Bruised Sky e in forma minore Guardian) ma quando l’ispirazione melodica viene a mancare rimane ben poco di memorabile facendo anche emergere i limiti della produzione, nuovamente affidata a Jordan Fish dei Bring Me the Horizon (è anche co-autore) ormai assestato su una sorta di AI-generated-metal (sua la mano anche sul più recente album degli Architects, The Sky, The Earth & All Between) molto calcolato e poco “umano”.

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