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7.3

Due ore di musica distribuite in due parti, 10 prologhi e 10 brani a completare la prima offerta come Sparks, 9 prologhi e altrettante canzoni per la seconda etichettata Embers. Un doppio CD, anche meglio un triplo vinile con doveroso e corposo libretto perché i testi, compresi quelli dei prologhi, sono importanti. Per il melomane collezionista dal portafoglio ben dotato c’è di più: un libro hardback con ulteriori parole e foto originali di Lina Jusevičiūtė acquistabile a parte. A big effort. Odio gli anglicismi ma è venuto a galla così, probabilmente per merito della musica di Polly che ti risucchia, in un mellifluo gorgo ipnotico, fino a calarti in toto nella sua cultura. Wildfires è un’opera confezionata con i crismi che hanno reso leggendario e stanno vedendo tempi di rinascita per il vinile, forma di vita culturale fino a pochi anni fa a rischio di estinzione. Un lavoro con le stimmate dell’epoca d’oro del long playing anche, e soprattutto, per meriti artistici. Lo dico, tanto non è un thriller la cui soluzione è bene svelare all’ultima pagina: Wildfires è un gran bel disco. Oltre a essere una bella scommessa, in un mondo discografico – non più disco centrico – soverchiato dalle piattaforme di streaming, download e deviazioni dalla strada maestra dei pionieri varie. Allo stesso tempo va sottolineato quanto la musicista inglese non abbia snobbato o sottovalutato l’evolvere dei tempi: le logiche del file elettronico sono oramai imprescindibili, piuttosto che combatterle è meglio farne un alleato, e Polly c’è riuscita mantenendo equilibrio commerciale e integrità artistica.

Scissors in My Pocket, il disco di esordio del 2004, Paulusma l’ha praticamente registrato e prodotto a casa sua, quella che si dice essere la dimora più stretta di Londra in zona Battersea: 7 piedi e 7 pollici in ampiezza; calcolate voi nel nostrano sistema di misura, io sono claustrofobico. Per raggranellare un seguito più ampio la cantautrice ha ben presto realizzato che il Web era il mezzo più veloce e meno dispendioso, dunque ha iniziato a utilizzare quella parte di iTunes Store di Apple e Myspace che rende il bicchiere di un musicista mezzo pieno, fino ad arrivare nell’immediato alla presentazione di Wildfires in anteprima per mezzo di un Listening Party che avrà luogo il 26 febbraio 2025, alle ore 21:00, online; una seduta di ascolto durante la quale Polly risponderà alle domande dei fan collegati. Non risulta sorprendente scoprire che un’artista così intraprendente abbia inaugurato la sua label, Wild Sound, che a oggi raccoglie sotto il conviviale tetto il lavoro di altri nove artisti. Come se non bastasse la poliedrica artista insegna songwriting e poesia all’Università di Cambridge e songwriting all’Institute of Contemporary Music Performance di Londra dove è professore associato di canto e letteratura.

Capace di piegare la tecnologia a suo vantaggio, invece che venirne sopraffatta, Polly ha mantenuto vivo lo spirito tradizionalista che anima Wildfires tanto nella fase di scrittura quanto di realizzazione. Il vinile in primis e il CD come supporto, ma anche il modo di lavorare tipico del passato remoto. Uno sparuto manipolo di musicisti riuniti nello stesso spazio e sedute veloci, pochi take. Niente autotune, scambio di file a distanza o altre impalpabili mandrakate. Con Paulusma ci sono Ethan Johns alla batteria (e oculato produttore), Neil Cowley al pianoforte e Jon Thorne al contrabbasso, uno degli strumenti che più da colore, al punto da avere l’onore di aprire il disco con la sua voce prima ancora di quella di Polly che si spende anche alle chitarre quasi esclusivamente acustiche, l’elettrica centellinata e arpeggiata dolcemente. Tutto fatto in una settimana nello studio allestito in una cappella sulle colline gallesi di Preseli. Poi dice che i preti non fanno buone cose.

I prologhi, che vanno dai 37 secondi di durata di Prologue to What You Waiting For ai 3:59 di Prologue to Cabin in the Woods lungo quanto un vero e proprio brano, sono spoken words sul cui sfondo iniziano a volte a palesarsi le note del brano che seguirà, altre volte no, registrate in cave, chiese, lungo ruscelli o in prossimità di pietre considerate sacre. Poesie, appunti, illuminazioni, epifanie, chiamatele come volete. Hanno un valore e ragione di stare lì dove sono. Riportate sul libretto allegato al disco per sondarne la consistenza e goderne fino in fondo lo spessore che aggiungono alle note.

Le 19 canzoni vere e proprie sono quasi del tutto acustiche. Qualche tastiera poco invadente aleggia qua e là, una chitarra elettrica appare come il caratterista di un film, i parchi interventi elettronici sono una pennellata di acquarello. Il complesso è da green-deal, elettricità quasi inesistente, niente carbone bruciato per produrre energia come piacerebbe a Donald Tump che potrebbe mettere un dazio sulla musica acustica proveniente dall’Europa, perché no. Dategli il tempo di pensarci.

La voce di Polly ricorda a tratti quella Norah Jones, nel timbro e nel modo di usarla. Aleggiano echi musicali del David Sylvian prima maniera, quello che lasciava trapelare raggi di luce tra le tormentose odi. La incerta ombra di una certa Joni Mitchell fa capolino. La trama sonora è semplice, scevra di qualunque virtuosismo predilige la purezza e la sincerità a qualunque tipo di showcase. C’è quello che serve, nulla di superfluo. Il banchetto sonoro di Paulusma e dei sodali è all’insegna della frugalità, ma tutt’altro che povero o scarno. Fautrice, l’inglese, di una peculiare sobrietà formale che rende in qualche modo tutti i brani simili, affini, nel senso che nessuno risalta in modo spasmodico: in primis perché questo è un gioco di squadra; il disco nella sua interezza è una squadra, che non ha una stella ma dove tutti (i brani) sono importanti e si sorreggono vicendevolmente; in secondo luogo perché a corroborare la tesi appena esposta Wildfires non ottempera alla legge del singolo che deve trainare il disco. Una filosofia che gioca a favore del significato del lavoro nel suo intero e spinge all’ascolto ripetuto e completo. Non vi verrà voglia, in altre parole, di saltare un brano o ricercarne uno in particolare perché il più orecchiabile, il più bello di tutti senza dubbio, l’unico che vale la pena: no, tutte le canzoni (28 pezzi cantati/declamati) hanno lo stesso fascino, la stessa presa, la stessa malia che ti inchioda sul posto per continuare l’ascolto secondo dopo secondo. Il contrabbasso che sparge note calde e parsimoniose ma sempre centrate, il pianoforte che intercala con discrezione, le chitarre acustiche a cucire pazientemente motivi fragili eppure cospicui. Poi, inevitabile, a forza di ripetuti ascolti troverete il brano che secondo la vostra emotività risalta e diverrà un punto di riferimento (per esempio You Are Everything, o Tiny Little Things posto con estrema sapienza in fondo al disco così lasciare nell’aria qualcosa che resta lì, imprendile, sfuggente eppure presente).

È un concept, Wildfires? Paulusma dice che si tratta di “un richiamo, un’ode al concept album, destinato a essere ascoltato in un’unica, rilassata seduta, permettendo alle storie interconnesse dell’amore in tutte le sue forme di rivelarsi”. Però non si tratta di una vera e propria narrazione organica che assume i connotati della storia. I 39 tasselli hanno un tema ricorrente, l’amore, ma interlacciati non formano un disegno più ampio. Il risultato, come si dice spesso, non è più ampio della somma, ma è la somma aritmetica. Comunque una grande cifra. Amore coniugato in molti modi, declinato nelle diverse fasi della vita, dipinto con colori che colpiscono, in modo sempre controllato e dignitoso: capace di rendere partecipe l’ascoltatore senza ferire o scioccarlo perché “io sono l’artista”; verrebbe da dire con la saggezza di chi ha vissuto e visto, di chi ha capito che nell’amore c’è ben poco da capire e tanto sentire, nell’accezione del verbo inglese to feel. Ma anche secondo quanto intende il nostrano verbo “sentire”, cioè ascoltare, insistere su questo bel disco, come già detto. Non solo piacevole, non solo motore capace di mettere in movimento pensieri ed emozioni, ma utile in quanto antidoto contro lo stress di tempi intossicati come questo. Più di un concept un prontuario che, dice l’autrice, “descrive l’amore che proviamo da bambini, l’amore che diamo agli altri attraverso la musica, l’amore mal indirizzato che proviamo da adolescenti, l’amore per i bambini perduti, l’amore per i morti e l’amore romantico, l’oro caldo degli sciocchi, la passione straziante, la follia che deriva da quel vortice mentale del tutto interiore, quei sentimenti che bruciano all’interno e l’amore più duraturo, a fuoco lento, delle relazioni a lungo termine, l’amore e il desiderio di una presenza divina, l’amore dall’oltretomba, l’amore dall’aldilà delle stelle”.

Quando Paulusma va etichettata per inquadrarla si parla di folk, sempre. Il fatto è che Polly non fa folk revival e non si aggrappa alla tradizione. E a questo punto, oggi intendo, sarebbe il caso di interrogarsi sull’attuale significato di folk. Il folklore delle origini aveva il compito di raccogliere, mantenere vive e tramandare quelle che secondo William Thoms, inventore nel 1846 del termine (parola composta: folk + lore), erano “le tradizioni, i costumi e le superstizioni delle classi non istruite”, per via orale con o senza musica. Oggi il mondo rurale, in occidente, non esiste più. E laddove ci siano sparute enclave si tratta di gente comunque connessa all’intero pianeta via Internet. La tradizione, i miti, le leggende, le storie locali sono andate sbiadendo fino a evaporare, del tutto perdute, soppiantate dal mostro globale che ha azzannato, masticato, digerito e defecato (mi censurerà l’editore?) la memoria collettiva e spesso personale. Il folk, inteso come popolo, (soprav)vive e si accalca nelle città e nelle metropoli. La massa è disgregata, puntiforme (un ossimoro solo in apparenza), senza coscienza comune né tanto meno di classe. Non ha nulla da tramandare che possa interessare su scala sociale, e quando lo avesse basterebbe un cellulare per registrare parole e video: stream of unconsciousness molto più veloci da realizzare rispetto a qualunque canzone a base di chitarra, violino, pianoforte, fisarmonica. La sua musica – del volk/folk – non ha tradizione, memoria, passato, perché ogni suo membro è costantemente collegato a un gadget tecnologico sempre più potente e invasivo che non spegne neppure quando dorme e vomita in continuazione cascate di novità in tempo reale pronte a rendere obsoleto ciò che ieri era attuale e oggi, anzi in questo momento, non vale più e di conseguenza non deve essere ricordato e/o tramandato. Nel terzo millennio, il pop inteso come popolare, massificato, della gente che è massa ma non più popolo, è il nuovo folk. Di conseguenza, Polly Paulusma è una cantautrice che predilige esprimersi con linguaggio acustico, contaminato tutt’al più da nuance elettrico/elettroniche.

Polly non scrive e non canta della tradizione, delle lotte contadine e operaie, della guerra e della fame, delle carestie e delle pestilenze che hanno flagellato il mondo arcaico di un popolo, di una classe, che non aveva altri mezzi se non la parola e la musica per consegnare alla memoria le gioie (poche) e le (tante) sofferenze; Polly canta del suo mondo intimo e attuale che può condividere in modo universale con chiunque, ma non collettivamente. Visto e sentito come lo fa, però, può bastare. Se poi volete appiopparle il marchio di folk, benché Wildfires non abbia necessità di farsi ingabbiare per accaparrarsi simpatie o guadagnare benemerenze, accomodatevi pure.

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