Recensioni

Viviamo tempi tesi in un presente più irrealizzabile che mai, sull’orlo di un futuro non solo confuso ma forse addirittura inconcepibile. Paralizzati – lo eravamo già – nell’immaginare mondi alternativi a quest’epoca tardocapitalista, le contingenze ci inchiodano in una distopia esplicitata dai nodi venuti al pettine con la pandemia. Allora il tunnel metropolitano nella copertina di Unlit Signals, primo LP per il britannico Ploy, si fa metafora e, al contempo, percorso che attraversa decenni di dance UK. Già nei precedenti EP, Sam Smith (sì, omonimo) si era mosso ricalcando l’eredità rave e acid, agitando spettri di un rumorismo polveroso e industriale. Qui le coordinate rimangono le medesime ma il treno della distopia sta arrivando al capolinea.
L’introduttiva Gulch si pone come tema sinistro e cinematografico prima di cominciare a macinare bpm. I semi sono quelli della techno britannica e da essi germogliano pulsazioni organiche e sample tribali (Pax Cultura). Si intravede anche un barlume d’umana presenza, nonostante sia soffocata da una spessa coltre di inquietudine. Anche quando vira su terreni più esotici, Ploy rimane deciso nello sparpagliare disillusione e irrequietezza. Non siamo qui per divertirci, al massimo per dimenticarci per qualche ora che moriremo tutti e non stiamo facendo nulla per impedirlo. Il massiccio soundsystem macina reggaeton avariato (Clubtek) calcando bassi dub su un sottobosco morboso (Dog Ants e i suoi rimandi Carter Tutti Void). Lungi dall’essere una cura per l’immobilità, il disco insiste su un’implacabile strappo del velo di Maya, mostrandoci la realtà (o un distopico futuro molto prossimo?) con scenografie horrorifiche (Busy e il suo sottofondo di voci effettate e volutamente grezze, rimando agli albori industrial anni ’80) e crescendo di tensione thrilling à la Dario Argento (Keys In The Dark).
Beninteso, gli elementi di distensione non mancano in Unlit Signals, che non si pensi che qui si faccia troppo sul serio: in Molotov sbucano vocine pitchate e sample che fanno tanto vecchia scuola rave, se poi ci metti anche un rullantino jungle che strizza l’occhio a Mumdance & Logos il singolo l’hai tirato fuori (e ci sta). Il ghigno disilluso ritorna in Keys In The Dark e Clubtek sotto forma di rapidi campioni (archi? carillon?) che con il mix poco (e volutamente) sembrano azzeccarci.
Dunque è questo: un gioco di rimandi tra la distopia che ci troviamo a vivere e la matrix che costantemente ce la nasconde; quando Throb stacca di nuovo la spina, per sciogliere i muscoli e guardare ancora l’underground, la carrozza dalla quale siamo scesi nel bel mezzo del tunnel e lontani dalla banchina non c’è più. Dal buio si sente uno sferraglìo in crescendo che prima o poi ci verrà addosso, lo stesso del nostro presente atrofizzato sui binari. Resta un disco che fa i conti con il passato, lo sa attraversare e lo interpreta più che discretamente.
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