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Approda al terzo album con una nuova consapevolezza, il duo partenopeo Pipers. Dopo esser partito da geometrie sonore diametralmente opposte, dedite più ad un acerbo brit-pop (nel disco d’esordio No One but Us), la band sembra ora protesa verso un’idea di folk tentacolare in grado d’accorpare timbriche dreamy e pulsioni indie senza mai rinunciare a stilemi che collimano con la tradizione. Così in Alternaïf – simpatico calembour a voler indicare alternativi/naif – convivono perfettamente armonica e synths, mandolino e trame d’archi, con appena avvertibili afflati d’elettronica utilizzati ad hoc per porre una linea Maginot tra tradizione ed avanguardia.

Diciamolo subito: il terzo disco dei Pipers, pur conservando un’animosità pop, è sicuramente il lavoro dove il duo napoletano meglio riesce a tradurre quel groviglio folk che all’esordio era stato declinato in un prodotto spurio e poco convincente, più vicino ai Frightened Rabbit che non a Bon Iver. Ed allargando per un attimo i confini di questa fulminea analisi su folk-e-dintorni è possibile rendersi conto di quanto siano diventati labili i suddetti anche in relazione al recente 22, A Milion (sempre lui, Iver), dove un’elettronica imperante scombussola l’humus del genere con risultati oltretutto sorprendenti. I Pipers non si spingono così lontano, ma in compenso possono arrogarsi il diritto d’esser annoverati tra i rappresentanti di una “scena” nostrana che li vede al fianco di interessanti prove quali Bea Sanjust, Threelakes, Phill Reynolds, finanche i campani A Toys Orchestra (altra band con un seguito maggiore oltre i confini italici).

In questo scenario Alternaïf non sfigura e si pone anche come la prova più introspettiva per il duo, con brani che affondano le radici in un universo onirico fatto di donne preziose da conquistare (Freckles) e prese di coscienza con cui dover fare i conti (My Whole Lifetime). Anche il suono finisce per muoversi in questo senso: scarnificato da inutili orpelli si colora di rapide pennellate di synths e mandolino (Follow The Flow), con una vocalità che – in alcuni passaggi – ricorda Billy Corgan (Empty-Handed potrebbe tranquillamente essere un’outtake di Adore) e su cui spesso intervengono cori ad accrescerne l’intensità. Senza bruschi cambi di rotta e con una costante percezione di levità, vi sembrerà di galleggiare in universo ovattato fatto di suoni acustici e rassicuranti: brevi e raffinate pop-ballad che riconciliano con il mondo e rendono possibile l’idea che la “voce” di un’armonica possa essere appiglio sicuro per animi inquieti (Caress My Mind).

In poche manciate di minuti i Pipers suggellano il loro manifesto programmatico, frutto di ballate crepuscolari ed etereo indie-folk, ed ora che hanno trovato la loro veste più consona non resta che ascoltare quanto saranno disposti a spingersi oltre. Per il momento, giusto godere di questo Alternaïf.

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