Recensioni

“Viviamo un tempo in cui la violenza è diventata un linguaggio ordinario. È nella politica, nelle relazioni, nel modo in cui consumiamo il pianeta e le persone, in una società che celebra il vuoto, l’individualismo e la sopraffazione. È un rumore costante cui ci abituiamo fino a subirlo senza reagire. Chi rifiuta questa condizione sviluppa un malessere. C’è chi risponde con la stessa aggressività. C’è chi prova ad opporsi e c’è chi si ritira, incapace di modificare lo stato delle cose ma ancora desideroso di restare umano”. È musica per tempi cupi, quella che consegnano i milanesi PINHDAR nel loro terzo lavoro in studio, che arriva a due anni dal precedente A Sparkle On the Dark Water e a cinque dal debutto Parallel, inciso durante il lockdown e finalizzato da Howie B. Il duo fondato da Cecilia Miradoli (cantante e autrice dei testi) e da Max Tarenzi (autore delle parti musicali e produttore), ancor più che nel passato, riesce a fondere magistralmente suggestioni e influenze che arrivano dalla dark-wave, con l’elettronica che è sempre più parte integrante del tappeto sonoro, e dal trip-hop. Amalgama che era già nel Dna dei Massive Attack di Mezzanine (Man Next Door campionava i Cure di 10:15 Saturday Night, Superpredators – nel film The Jackal – utilizzava un sample di Metal Postcard di Siouxsie and the Banshees) e nel successivo 100th Window, e che qui fa da perfetto collante all’inquietudine e alla rabbia dei PINHDAR nei confronti dell’indifferenza, della violenza e dell’alienazione.
Otto sono le canzoni che hanno il compito di scandire il percorso e dare voce a questi sentimenti, più una nona che si distingue per essere presente solo nelle edizioni fisiche (RED) e per essere stata missata da Bruno Ellingham, al lavoro con il duo nel disco precedente. La tensione è palpabile già nell’opener After the Fall, che se sul piano squisitamente musicale rappresenta l’incontro perfetto tra Beth Gibbons e il Gary Numan degli ultimi vent’anni, nel testo parla di cadute, di fallimenti, di come la società e la famiglia tendano a svuotare l’individuo. Come in Don’t Give Up di Peter Gabriel e Kate Bush si invita a restare umani e accanto a chi cade. Neon Light sembra arrivare da Ultra dei Depeche Mode, mentre Mute – uno dei migliori episodi del lotto – fa idealmente incontrare Peter Hook, Robin Guthrie, l’Alain Bashung de La nuit je mens e gli Hooverphonic di The Magnificent Tree. Abbiamo smesso di reagire e troviamo conforto nel silenzio, non parliamo, non urliamo, non ci opponiamo all’ingiustizia: il canto di Cecilia si fa soave litania tra Sinéad O’Connor, Jane Siberry e Anna Aaron sia qui sia nella successiva Fade, che in un’atmosfera da film noir scandaglia le conseguenze della guerra viste da chi non c’è più.
Dallo stigma che accompagna chi cade e fallisce si passa in Neiko alla violenza della società nei confronti di chi è diverso e non vuole o non può omologarsi. Dark-pop con vaghi sentori Japan e più decise ascendenze Cocteau Twins, vanta uno storytelling vibrante – Neiko è una donna vissuta nel terzo secolo a.C. divenuta archetipo dell’ignoranza e della superstizione verso ciò che non siamo in grado di comprendere (prima protetta dall’oblio, poi cancellata dalla memoria). Torniamo in territori più trip hop, stavolta ad altezza Goldfrapp, in We Float (sul galleggiare senza appigli e scoprirsi estranei in una relazione che si trascina stancamente) ma è poi subito tempo di melodie che si induriscono e inaspriscono man mano che Old Kind si sviluppa, tra pianoforte e chitarre elettriche sempre più scure e minacciose. Cecilia gioca con vari registri vocali per dare un’identità precisa a ogni sua creatura, ed è in grado di vestire i singoli brani con una performance adeguata, magnetica, sempre sentita, mai sopra le righe. Non fa eccezione Into the Mirror, come da titolo un brano che rivela quanto, allo specchio, ci riveliamo complici della violenza dell’uomo nei confronti del pianeta (se anche non si può tornare indietro, suggeriscono i PINHDAR, proviamo almeno a fermarci e a limitare il danno).
Progetto ancora una volta dotato di un sound internazionale, grazie a collaboratori come il bassista britannico Lee Pomeroy e l’ingegnere del suono Ian Caple, Comfort in the Silence si regge su una scrittura solida e di qualità, e per quanto possa suonare passatista riesce comunque a rendere omaggio a icone evitando di fare loro il verso. Mai come oggi abbiamo bisogno di messaggi tanto forti e decisi, di reagire e restare, o tornare, umani. Viva il trip-hop dunque, viva la dark-wave, viva i PINHDAR.
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